Assecondo la deriva delirante sul tema "didattica della musica". Poi torniamo a parlare di organetto, promesso.
Dopo aver visto un modo alquanto originale di insegnare come si scrive una Fuga, vediamo come poter insegnare la storia della musica in modo altrettanto divertente e allo stesso tempo efficace. Loro sono gli Stringfever, un quartetto d'archi "geneticamente modificato", secondo la definizione che si sono dati.
Non li ho contati, ma credo che riescano a mettere insieme una cinquantina di temi musicali in un unico brano senza confini: dalla musica barocca al rock passando per Wagner e Beethoven, per arrivare alla colonna sonora di Pretty Woman, al ragtime, al jazz, al pop... non manca nemmeno Michael Jackson. E' interessante, se non altro dimostrano che il quartetto d'archi è una delle più potenti macchine da musica della storia, e già questa è una bella lezione...
Una specie di "Quartetto Osiris"... insomma, dei pazzi furiosi... Buona visione.
martedì 26 febbraio 2008
lunedì 25 febbraio 2008
In Fuga per Britney
Mi sono ricreduto sul nostro sistema universitario quando un'artista statunitense laureata in storia dell'arte presso la Columbia University (una delle migliori università americane, mi dicono) mi ha recentemente detto con un velo di candida innocenza di ignorare assolutamente che cosa sia una fuga in musica.
E allora, ecco un modo che trovo molto stimolante per insegnare la teoria musicale. Farla scendere nel quotidiano, dimostrando che la musica è fantasia e creatività ma, allo stesso tempo, un complesso codice linguistico denso di regole. E' sempre stato così.
E allora quale modo migliore di insegnare a scrivere una Fuga? Magari analizzando una delle tante e geniali fughe di Bach. Va bene, ma perchè, piuttosto, non scriverne una nuova sul tema di un successo pop di Britney Spear's, Oops I Did It Again. Il risultato è fantastico. Insegnanti di musica di tutta Italia, prendete spunto!
Per chi volesse suonarsi la Fuga di Britney ribattezzata Oops I Did a Fugue Again, può scaricarsi la partitura qui. Non è detto che non la suoni con mio trio...
E' un video per certi versi delirante ma geniale. Buona visione.
venerdì 22 febbraio 2008
Il Quincy Jones giapponese
Sto scrivendo le musiche per uno spettacolo di teatro di figura, o marionette come si dice più semplicemente. Mi rendo conto quanto sia difficile entrare in sintonia con una storia e trasformare le emozioni in una colonna sonora. Soprattutto quando a disposizione hai solo un organetto e non un'orchestra.
Proprio in Oriente il teatro di figura ha una enorme tradizione. Nell'autunno del 2007 ho assistito nel teatro Boni di Acquapendente alla meravigliosa performance di un artista giapponese, Nori Sawa membro dell’UNIMA-Giappone, Unione Internazionale della Marionetta, e insegnante presso l’Accademia delle Arti Performative di Praga. Si capisce come mai i cartoni animati abbiano un grande successo in Giappone, perchè in un certo senso hanno sostituito il teatro di figura, delimintandolo e rinnovandolo nel linguaggio dell'animazione.
La musica nel teatro, nel cinema, in qualsiasi rappresentazione scenica, ha un ruolo importantissimo e deve essere curata nei minimi particolari perchè rappresenta una parte importante della dimensione sonora ed emozionale dell'universo possibile di cui si narra. La musica è il cielo sopra il palcoscenico, è la quinta parete.
Tutto questo per dire che ascoltare Hisaishi mi sta aiutando molto a capire quanto una musica possa essere descrittiva, evocativa, quanto basti poco per aprire gli occhi all'immaginazione dello spettatore. Questo è il suo sito ufficiale: http://www.joehisaishi.com. Scoprirete che ha composto una quantità incredibile di musica, e che è nato il 6 dicembre...
giovedì 21 febbraio 2008
Iron Scottish
Aedo suona spesso ai Boombal in Belgio (ne ho scritto in un articolo), veri e propri rave a base di musica folk, e si tratta di una formazione veramente interessante da ascoltare. E' questione di gusti, si sa, ma mettere insieme sonorità rock, hard-rock, e organetto non è proprio da tutti. Ma il risultato è ascoltabile e la voglia di ballare non si fa attendere. In fondo loro suonano proprio per questo.
Ascoltate Bouglet Bloume, il suddetto Iron Schottishe e ancora Bourrè Anthee, e sentirete l'organetto interloquire con assoli di chitarra elettrica. Lei, l'organettista, si chiama Klaas Keymolen. Come rock non è certo il massimo, come musica popolare nemmeno. E' qualcosa che sta nel mezzo.
E' un rock buono, fa il bullo ma alla fine ha il cuore tenero. Si potrebbe tentare forse di renderlo più cattivo applicando un distorsore all'organetto? Questo è il loro spazio MySpace.
Buon ascolto, e pogate con cautela...
martedì 19 febbraio 2008
Fantastica Sinfonia Fantastica
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 17.2.2008
Una personalità geniale, eccentrica, contraddittoria. Così Hector Berlioz veniva ricordato dai suoi contemporanei, soprattutto dai musicisti che in lui vedevano la “reincarnazione” di Beethoven. I capelli arruffati, lo sguardo torvo, occhi scuri capaci di illuminarsi improvvisamente sospinti da una balenante visione musicale.
Perché è proprio dalla visione, o meglio, dall’incontro tra visione, scenografie immaginifiche e musica che nasce il capolavoro della produzione del compositore francese: la Symphonie Fantastique opus 14 (Sinfonia Fantastica), scritta dall’autore nel 1830. Un testo musicale polimorfo e complesso nel quale Hector sperimenta nuove tecniche compositive e inediti colori orchestrali che domineranno la musica descrittiva del suo secolo, giungendo a influenzare fortemente la musica delle colonne cinematografiche del Novecento. Un’opera intensa, sofferta, dietro la quale si nasconde, ma neanche tanto, la vicenda autobiografica dell’artista e di una donna, Harriet Smithson, che sposerà il compositore 5 anni dopo il loro incontro.
Berlioz la incontra per la prima volta nel 1827. Lei, attrice, recita l’Amleto a Parigi con una compagnia inglese. Il musicista viene folgorato e, irrimediabile, nasce la passione amorosa, a quanto pare inizialmente non corrisposta, verso l’attrice inglese, affascinante, capricciosa e nevrotica. Da questa tormentata storia d’amore, dalle sofferenze che ne scaturiscono e, si dice, dall’uso abbondante di oppio a cui fece ricorso il compositore per lenire le sue sofferenze, che nascono i cinque quadri della Sinfonia dal significativo sottotitolo “Episodi della vita di un artista”. Una composizione dal sapore decisamente autobiografico, quasi la colonna sonora delle deliranti visioni di un amante non corrisposto. La composizione, scritta di getto, con l’impeto tipico di un giovane ventisettenne, emerge chiaramente da una situazione psicologicamente drammatica e lacerante dello stesso autore.
In questa Sinfonia, che può apparire più come un gigantesco Poema Sinfonico di narrativa libera, il compositore rivive e ripercorre la sua tormentata storia d'amore con la donna. A parte la formulazione in cinque tempi e la sua inusuale e lunga durata (circa un’ora di musica), la Sinfonia presenta una massiccia e quanto variegata orchestrazione, quasi sperimentale secondo la tendenza del maestro francese: un ottavino, due flauti, due oboi, un corno Inglese, un clarinetto piccolo, due clarinetti, quattro fagotti, quattro corni, due cornette, due trombe, tre tromboni, due oficleidi (strumenti a fiato oggi quasi in disuso nelle orchestre), quattro timpani, una gran cassa, un tamburo, piatti, due campane, quattro arpe, e la solita nutrita famiglia degli archi.
Ognuno dei cinque movimenti è accompagnato da un titolo che ne riassume il significato. Il primo movimento porta il titolo di Sogni e Passioni e sembra dichiarare il programma estetico della composizione. Il tempo è caratterizzato da un’introduzione lenta che sfocia presto nel tema principale, pieno di impeto ma, anche, dotato di continui cambiamenti di ritmo. Il compositore mette in scena non solo la sua storia amorosa, i sui sentimenti, ma anche il tormento, l’angoscia e le visioni apocalittiche che ne derivano. Il secondo movimento si intitola Il Ballo. Qui Berlioz sogna di incontrare la sua amata ad una festa. Si tratta di uno dei valzer sinfonici più celebri della storia della musica. Il tre quarti coreutico si gonfia di pathos, acquista potenza di battuta in battuta: è la misteriosa quanto meravigliosa nascita del sentimento d’amore.
Scena Campestre è il titolo del terzo movimento. Il tempo è un “adagio” che si mantiene su un ritmo molto lento che fa leva soprattutto sugli strumenti a fiato e su una dolce malinconia. Il musicista ha una visione pastorale dei suoi sentimenti ed emerge prepotentemente l’influenza della Sinfonia Pastorale di Beethoven. Come nella partitura del tedesco, nel finale del lungo movimento oscuri presagi si addensano sulla vicenda d’amore. Un rullo di timpani chiude il movimento annunciando un radicale cambiamento di scenario.
È il quarto movimento, uno dei momenti più profondi e suggestivi della Sinfonia. Il titolo, non proprio tra i più dolci per una musica che parla d’amore, è Marcia al Supplizio, basato tutto sugli strumenti a percussione. Come recita il programma della Sinfonia, scritto dallo stesso autore, qui il musicista immagina di avere assassinato la sua amata, e di essere per questo condannato a morte. Berlioz mette in scena la sua condanna a morte. La musica è un incedere drammatico che scandisce il percorso verso il patibolo. La grancassa batte inesorabile, le linee melodiche discendenti portano verso la terra, il senso della morte è più cinematografico che mai.
Il finale porta il titolo di Sogno di una Notte di Sabba Infernale. Ci troviamo di fronte alla parte più bella dell’intero lavoro. Lo schema compositivo è assolutamente originale: dopo una prima parte frenetica, rimarcata dai violini a ritmo serrato, ecco il rintocco delle campane che suonano a morto e il lugubre tema principale portato avanti dai fiati, cui fanno seguito gli altri strumenti in un’atmosfera quasi irreale, sospesa, onirica. Il compositore immagina di incontrare l'amata in una Sabba Infernale con tanto di streghe, stregoni, ombre, misteri e danze grottesche di ogni genere. Si tratta senza dubbio dell’opera di un uomo ossessionato da alcune visioni e tormentato da una storia sentimentale finita male ma è, sicuramente, anche l’espressione più genuina dell’animo di un artista che, non trovando riscontri e apprezzamenti nei contemporanei, anticipa la musica moderna e apre nuovi orizzonti sul piano del sinfonismo tardo ottocentesco.
lunedì 18 febbraio 2008
Marc & Jean
Marc Perrone. Un punto di riferimento per tutti i fisarmonicisti diatonici, per tutti i musicisti probabilmente, dato il suo inconfondibile stile e la liricità delle sue composizioni. Voglio fargli un piccolo omaggio, così, come se fosse il suo compleanno.
La sua origine è chiaramente italiana, ma è nato a nel 1951 à Villejuif. La sua formazione è essenzialmente quella di un autodidatta. Protagonista del rinnovamento, della riscoperta e dell'evoluzione tecnica dello strumento, Perrone suona oggi un organetto a quattro file, progettato e pensato insieme a Mario Castagnari.
Con questo tipo di organetto riesce a interpretare agevolmente musica tradizionale, ma anche a riscoprire le più note chansons françaises e proponendosi in alcune incursioni nell'improvvisazione jazz.
Appassionato di cinema, si rivolge alla composizione di alcune colonne sonore dopo l'incontro con Bernard Favre agli inizi degli anni Ottanta. In particolare, ha collaborato soprattutto per Bertrand Tavernier e Jean Renoir. Sarà lo stesso Tavernier a dichiarare a proposito di Perrone: "Un musicien magnifique, voyageur dans le temps et réparateur de mémoire. Peut-être parce qu'il sait le prix et la valeur des rêves?".
Il valore dei sogni, già. Un valore che in pochissimi conoscono... Bellissimo, lo lascio in francese perchè "réparateur de mémoire" è una definizione stupenda, forse quella che ogni musicista vorrebbe.
Qui propongo un video che ritrae Perrone in duo con il mito Jean Corti, alla fine Trois petit note de musique, e tutto il pubblico che canta.
Qui sotto una versione discografica di Trois petit note de musique registrata dallo stesso Perrone. Un brano bellissimo e rilassante, lo yoga dell'organetto. Buon ascolto. Ah, dimenticavo, come sentirete, in Francia su questo pezzo si canta sempre...
La sua origine è chiaramente italiana, ma è nato a nel 1951 à Villejuif. La sua formazione è essenzialmente quella di un autodidatta. Protagonista del rinnovamento, della riscoperta e dell'evoluzione tecnica dello strumento, Perrone suona oggi un organetto a quattro file, progettato e pensato insieme a Mario Castagnari.
Con questo tipo di organetto riesce a interpretare agevolmente musica tradizionale, ma anche a riscoprire le più note chansons françaises e proponendosi in alcune incursioni nell'improvvisazione jazz.
Appassionato di cinema, si rivolge alla composizione di alcune colonne sonore dopo l'incontro con Bernard Favre agli inizi degli anni Ottanta. In particolare, ha collaborato soprattutto per Bertrand Tavernier e Jean Renoir. Sarà lo stesso Tavernier a dichiarare a proposito di Perrone: "Un musicien magnifique, voyageur dans le temps et réparateur de mémoire. Peut-être parce qu'il sait le prix et la valeur des rêves?".
Il valore dei sogni, già. Un valore che in pochissimi conoscono... Bellissimo, lo lascio in francese perchè "réparateur de mémoire" è una definizione stupenda, forse quella che ogni musicista vorrebbe.
Qui propongo un video che ritrae Perrone in duo con il mito Jean Corti, alla fine Trois petit note de musique, e tutto il pubblico che canta.
Qui sotto una versione discografica di Trois petit note de musique registrata dallo stesso Perrone. Un brano bellissimo e rilassante, lo yoga dell'organetto. Buon ascolto. Ah, dimenticavo, come sentirete, in Francia su questo pezzo si canta sempre...
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