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lunedì 11 agosto 2008

Altro che Suv, attenti all'utilitaria

Altro che Suv, attenti all'utilitaria.
E' lì che iniziano gli sprechi
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione 26/7/08

Tutti i giornali (con le solite eccezioni) e le televisioni sembrano non dare rilievo alla notizia del secolo: siamo in riserva. Il petrolio si sta esaurendo e tra 30/40 anni saremo a secco. Semplicemente, siamo alla fine della civiltà occidentale, alla fine di quel modo di vivere al quale tutti siamo ormai abituati. A dirla tutta, la notizia è vecchiotta: era stata annunciata nel 1956 il geofisico americano Marion King Hubbert. Nel '56 mancavano 50 anni al picco, ora ci siamo proprio nel mezzo. Ma nulla sembra essere cambiato nella percezione di chi dovrebbe accorgersi di questo "piccolo" problema.

Le case automobilistiche, ad esempio. E non parleremo dei tanto vituperati Suv, manifestazione estrema dello spreco insensato di risorse energetiche. Il problema dei Suv, riservati a pochissimi e circolanti in numero minimo rispetto all'intero parco auto (sono alcune decine di migliaia contro decine di milioni di auto medie e medio-piccole), è un falso problema, dietro al quale si tenta di nascondere il vero problema: quello dei consumi energetici delle auto "normali".

Il 30 percento del petrolio che importiamo va a finire direttamente nei serbatoi delle auto cosiddette "medie". Auto che a ogni nuova generazione crescono almeno un quintale di peso (plastiche, elettroniche, servomeccanismi, dispositivi di sicurezza e metalli pregiati vari) e di una decina di centimetri di lunghezza, con il risultato di vanificare i progressi tecnici nel frattempo ottenuti sul piano dei consumi. Un esempio? Il leggendario "cinquino" Fiat disegnato da Dante Giacosa e lanciato sul mercato nel 1936 pesava all'origine 470 chili. La riedizione tecnologica della casa torinese datata 2007 fa registrare un peso di 980 chili. Più del doppio. E se la vecchia Cinquecento consumava 6 litri per fare cento chilometri, ora i consumi sono di 8,3 nel ciclo urbano e 6,3 in quello misto. Anche la velocità massima soffre di questa demenza ipertrofica: 85 km/h nella vecchia, 160 nella nuova 500 (ma la versione Abarth tocca i 208 km/h).

Ma non è solo un problema Fiat, naturalmente. È il mercato che tende all'ipertrofia e ad assecondare le megalomanie di un consumatore frastornato dalla pubblicità e dalla stupida giostra della Formula Uno. Il caso della Volkswagen Golf, la vettura media di maggiore successo dei tempi recenti (il record assoluto credo sia ancora del maggiolino), è emblematico. Il modello della prima serie pesava 780 chili, "ingrassato" di volta in volta a ogni passaggio di serie: 920, 1010, 1170, 1300 chili. Anche in questo caso siamo arrivati a raddoppiare (quasi) il peso originario. E se la vettura della prima serie era lunga 382 cm, l'ultima arrivava a 421: più 39 cm. La stessa cura ingrassante si è verificata per tutti i nuovi modelli di tutte le case automobilistiche europee. Potete verificare da soli.

I Suv sono solo un simbolo. Il punto è che andrebbero stabiliti per legge limiti ragionevoli al peso, potenza e dimensioni delle auto. Se la gente riusciva a entrare comodamente in una Golf prima serie, sarebbe l'ora di chiedersi perché dobbiamo usare qualcosa che pesa il doppio, con il doppio o il triplo di potenza. E se non consuma molto di più lo si deve o ai clamorosi margini di recupero di efficienza che esistevano rispetto agli scadentissimi motori a benzina della Golf prima serie, oppure alle false dichiarazioni dei costruttori, come pare risulti da una recente indagine condotta dal settimanale tedesco Autobild e dall'italiano Quattroruote.

Lo spreco di una risorsa che si sta esaurendo è già di per sé un atto irresponsabile. Ma c'è una sorta di aggravante, se questo spreco ci è imposto dalle case automobilistiche. Che risparmio otterremmo, infatti, se utilizzassimo le attuali tecnologie motoristiche mantenendo velocità e pesi delle vecchie autovetture? Lo avevano fatto due ingegneri tedeschi qualche anno fa per conto di GreenPeace modificando una Renault Twingo. Risultato: un motore 358cc di cilindrata, 650 chili di peso, tre litri per fare 100 km, velocità pari al modello originale.

Se i Suv sono solo stupidi tirannosauri assetati di benzina destinati un giorno a finire in qualche museo della fesseria meccanica, è la pessima qualità energetica delle utilitarie a rappresentare la vera falla nel sistema degli sprechi energetici. Ma non è tutto. Le nuove derive consumiste cinesi e indiane pongono seriamente anche il problema della quantità.
Recentemente è apparsa sul mercato l'auto più economica del mondo, la Tata Nano, l'auto da 2mila euro. Quattro porte, motore 600 cc, niente condizionatore né vetri elettrici. Presentata in India all'inizio del 2008 e rivolta ad un potenziale mercato di oltre un miliardo di persone. Avete letto bene. Un miliardo di persone. Pensare a un miliardo di queste scatolette in circolazione fa venire il mal di testa. Qualcuno potrebbe obiettare che sia legittimo che in India desiderino ciò che noi già abbiamo da anni. È vero anche che sui nostri mercati "ricchi" queste auto tanto economiche non appariranno mai. Fin qui la notizia. Ma quanta materia prima occorrerà per costruire un miliardo di pseudo-Smart? E quanto inciderà sul consumo globale di petrolio l'avvento di miliardi di nuove auto? Inoltre la Cina non starà a guardare e produrrà l'analoga Chery.

Non affrontare il problema degli sprechi nel sistema della mobilità automobilistica significa lasciare aperta una falla enorme nel bilancio energetico italiano. Siamo in piena emergenza, e come in tutte le emergenze c'è sempre qualcuno che fa perdere tempo agli altri proponendo idee e soluzioni bislacche. Mentre lo si sta ad ascoltare la nave affonda. È il caso del neo presidente dell'Aci Enrico Gelpi tempo fa lanciava la sua cura al problema dell'overdose automobilistica italiana: «Numero chiuso alle auto», «Ottimizzazione del parco circolante», «Incentivi alla rottamazione». Il numero chiuso è un'idea bislacca e irrealizzabile in un paese dove non si riesce neanche a far sì che le auto siano assicurate come la legge prevede. Il numero chiuso si dovrebbe invece applicare ai barili di petrolio da bruciare nei nostri motori a scoppio. Finiti quelli, tutti a piedi! E allora si vedrebbe la vera rivoluzione delle autovetture ecologiche.

Il sistema economico spinge per la realizzazione di soluzioni materiali all'esaurimento delle fonti fossili di energia. Si assiste, anche tra amici, a interminabili discorsi su quale sia l'auto più "economica", ciascuno dal proprio punto di vista: quella che consumando meno fa risparmiare soldi, o che ha minor impatto ambientale, o che fa risparmiare energia. E poi a confrontarsi sui carburanti alternativi, tra i fautori del gasolio e, clandestinamente, del biodiesel; i convinti del gpl che si accapigliano con quelli del metano; e poi le infinite teorie per sostenere/demolire le auto ibride o i sogni sfrenati sull'idrogeno. Non si arriva a nulla, perché le compagnie automobilistiche continuano a sfornare modelli definiti "ad alta tecnologia" per via del navigatore satellitare nel cruscotto.

L'unica soluzione realizzabile è quella di non comprare nuove auto, tenersi la vecchia e usarla il meno possibile. Anche la spesa per l'acquisto di un'auto ad alta efficienza (facciamo l'esempio della Toyota Prius, la migliore auto ibrida che ci sia in circolazione: va ad elettricità fino a 50 kmh, poi entra il motore a benzina che ricarica le batterie, costo 25mila euro) vanifica di per sé qualsiasi speranza di un futuro risparmio energetico. Quanto alle risorse, quale sarà mai l'utilità di impiegare tutte quelle plastiche, acciaio, alluminio solo per usare un po' di petrolio in meno? Lo spreco è a monte. Insomma, a conti fatti, molto probabilmente, l'auto più sostenibile in assoluto è una sola: quella che già possediamo... qualunque essa sia.

domenica 29 giugno 2008

Pianta la cipolla e scappa

Le nuove frontiere della resistenza globale
Dal Guerrilla gardening ai progetti del comune di Londra per l'integrazione agricola urbana.
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione 22/6/08


Che futuro attendono le nostre città? E' evidente che, almeno a Roma, secondo l'ottica dell'ultimo sindaco, un diplomato all'istituto professionale per l'industria e l'artigianato, il futuro delle città sta tutto in una parola: cemento. Sono 70 milioni i metri cubi di cemento autorizzati nel nuovo piano regolatore della città, un piano a dir poco scellerato, analizzato e criticato da insigni docenti universitari e urbanisti. Basti ricordare il recente libro La città in vendita (Donzelli Editore) del professore Paolo Berdini, docente di Urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università Tor Vergata a Roma. "Roma perde abitanti, 300mila negli ultimi anni, e non lo dico io, lo dice la provincia di Roma, - denuncia Berdini, - ma negli stessi anni guarda caso a Roma sono spuntati ben 28, ventotto!, nuovi centri commerciali". Il nuovo sacco di Roma è in pieno atto e bisogna fermarlo. Come? Coi fiori e le cipolle, ad esempio.
Perché la vocazione di una città come Roma, come anche la nuova tendenza di molte altre città europee, è quella di ritornare a essere "comuni agricoli". E ci sono iniziative, non solo autogestite ma anche istituzionali, che dimostrano chiaramente come la gente sappia perfettamente cos'è meglio per la vivibilità e il futuro della propria città. E allora è solo questione di tempo: l'aggressione al cemento armato sostenuta dalla bolla immobiliare mondiale e da una certa classe politica compiacente, si scontrerà prima o poi con la realtà dei fatti.
Ancora oggi Roma è il primo comune agricolo d'Italia, con una superficie coltivata più grande dell'intero comune di Bologna. Roma è da sempre così. Passando in macchina da un quartiere all'altro, tuttora si ammirano scorci di campi coltivati e greggi di pecore, grandi orti e coltivazioni di fiori. Le aziende agricole, molte delle quali di grandi dimensioni e a partecipazione pubblica (come ad esempio quella de La Marcigliana, tra la Salaria e l'Aurelia), si stanno convertendo da tempo alle produzioni biologiche e persino biodinamiche. A Roma si può fare turismo enogastronomico senza uscire dalla città. In un futuro prossimo (anzi già presente), dominato dall'escalation dei prezzi dell'energia, sarà di vitale importanza per le grandi metropoli essere in grado di produrre almeno una parte del cibo per i propri abitanti. Le aree agricole cittadine sono una ricchezza inestimabile che non solo dovrebbe essere custodita gelosamente, ma anche sviluppata e potenziata ove possibile.
Per questo c'è chi semina pomodori nel pieno della città. Il cosiddetto Giardinaggio d'assalto (o Guerrilla gardening) è un movimento internazionale che al grido di "La rivoluzione è fertile!" compie azioni clandestine dirette di riqualificazione agricola di piccole o grandi aree urbane lasciate in abbandono. Dovunque ci sia terra c'è spazio per un gesto politico. Ho appuntamento con Paolo, un "guerrigliero" romano. Lui resiste così, i semi in tasca e il senso di una forma di protesta che vede lontano. "Ho piantato pomodori ciliegini in piazza Venezia, è stata una soddisfazione vedere quella macchia rossa nel cuore della città. La terra va salvaguardata, va rispettata, e seminare le nostre piante non autorizzate è un semplice gesto politico, un messaggio di liberazione, per una città che non sia solo cemento, speculazioni edilizie e centri commerciali". Gli chiedo se poi qualcuno va a raccogliere quanto seminato. "Non è importante, questo, - mi risponde, - l'importante è che si faccia. Abbiamo colonizzato anche aree dei parchi cittadini, Villa Ada e altri luoghi, lì abbiamo messo a dimora zucchine, insalata, peperoni, tutto ora cresce liberamente e una famiglia che passeggia la domenica nel parco può incappare nei nostri ortaggi, è questo quello che vogliamo, il mezzo è il messaggio, no?". Le parole di Paolo mi rimandano alla mente la poesia I limoni, di Eugenio Montale, quei frutti gialli, vivi, solari, scorti per caso da un "malchiuso portone" all'interno di un cortile, aprono al poeta un mondo di suggestioni e di pensieri. Una sorta di languida rivolta dell'anima.
Qualche decennio dopo Montale, sarebbe nato oltre oceano il movimento del giardinaggio d'assalto. La prima volta che viene usato il termine guerrilla gardening è nel 1973, da parte di Liz Christy e il suo gruppo Green Guerrilla, nella area di Bowery Houston a New York. Questo gruppo trasformò un derelitto lotto privato in un giardino. Dopo trent'anni questo spazio è ancora ben tenuto. e gode della protezione del dipartimento parchi di New York. Ma la Guerrilla Gardening in questa forma - cioè fare giardinaggio sulla terra di qualcun altro senza permesso - esiste da secoli. Due celebrati giardinieri di questo tipo, attivi prima del conio del termine guerrilla gardening, erano Gerald Winstanley insieme al gruppo The Diggers (gli zappatori) nel Surrey England, nel 1649, e John Chapman soprannominato "seme di mela" nell'Ohio, USA, nel 1801.
Il guerrilla gardening si è poi diffuso in tutto il mondo. Nel nord dello Utah, crescono spesso dei meleti lungo le banchine dei canali. Lungo i fossi più piccoli crescono invece degli asparagi. Molte di queste piante furono seminate 150 fa dai lavoratori che scavarono i suddetti fossati, seppellendo i torsoli di mela del loro pranzo nel terreno appena scavato, oppure spargendo clandestinamente i semi lungo le nuove rive dei fossati. Il guerrilla gardening continua tuttora, quando delle singole persone piantano segretamente delle piante da frutto, o altre piante commestibili perenni, o ancora dei semplici fiori nei parchi, lungo le piste ciclabili, eccetera.
Ma qualcuno lo fa con il chiaro intento di produrre cibo. Gli urban farmers, i contadini urbani, sono una realtà in crescita, guidata anche dal rincaro generale dei generi alimentari. Me lo conferma Giovanni, abita a Roma e ha la fortuna di avere a sua disposizione un terrazzo, in parte condominiale. Mi mostra con orgoglio le sue primizie: "queste sono zucchine, poi ci sono pomodori di varie qualità, cipolle, cetrioli, peperoni, carote. Non ci vuole molto, è solo una questione di mentalità, si tratta rinunciare alle piante ornamentali per fare agricoltura in casa. Le informazioni su come si fa le trovo su internet, basta digitare urban gardening e trovi siti americani che ti dicono cosa fare punto per punto, negli Stati Uniti c'è una grande tradizione". E poi aggiunge: "Dai un'occhiata all'aumento dei prezzi alimentari degli ultimi mesi. E' strettamente correlato al vertiginoso aumento del costo del petrolio. I miei peperoni sono più che a chilometri zero, non hanno percorso un solo metro, sono germogliati qui, coltivati e consumati direttamente dal sottoscritto, a costo quasi pari allo zero. Produzione locale alla massima potenza, non ho consumato una goccia di petrolio, e ruotando le semine in modo razionale ho ortaggi gratis fino ai primi freddi invernali. Risparmio un bel po' sulla spesa e contribuisco alla sostenibilità". Sarà anche il clima di Roma, ma il terrazzo di Giovanni sembra una serra: è costellato di fiori di zucchina e imponenti piante di pomodori. Mi prepara un mazzetto di insalata fresca e me lo regala.
Ma Paolo e Giovanni non sono eccentrici catastrofisti, interpretano piuttosto dal basso quello che sarà la città del futuro. E a questo proposito incominciano a nascere dei progetti dall'alto, come quelli del celebre architetto e designer statunitense Fritz Haeg. che propone di trasformare i giardini di città, pubblici e privati, in altrettanti orti. Non un'idea nuovissima, visti gli orti di guerra di mussoliniana memoria e i Victory Gardens che si coltivavano in Gran Bretagna nella stessa epoca. E mentre di fronte alla crisi alimentare globale il primo ministro inglese Gordon Brown ha dichiarato:"Nei prossimi anni avremo bisogno di fare grandi cambiamenti nel modo col quale organizziamo la produzione alimentare", la Tate Gallery commissionava ad Haeg un progetto di "arredo urbano commestibile", chiedendo di trasformare un triangolo di erba incolta nella città di Londra in una piccola tenuta agricola permanente. L'obiettivo era soprattutto quello di coinvolgere i residenti nel progetto, e in poco tempo, quello che era un luogo principalmente frequentato da cani e tossici, è stato trasformato miracolosamente in un piccolo rigoglioso orto con alberi di susine e mele, piante di pomodoro, zucca, melanzana, fagioli e cavolini di Bruxelles, contornato da filari di insalata e piante aromatiche. E, dato il successo, il progetto londinese è poi stato replicato in molte altre città negli Stati Uniti. "L'intero progetto che ho realizzato è radicato nel modo di pensare e di lavorare di un architetto, - afferma Haeg, - cioè di rivalutare e migliorare gli spazi vitali in cui svolgiamo le nostre attività a cominciare dalle nostre sovraffollate metropoli".
Fritz, come afferma lui stesso, è stato ispirato dal concetto di impronta ecologia: "lo studio One Living Planet del Wwf ha dimostrato sorprendentemente come il 23 percento delle emissioni di Co2 procapite siano imputabili al cibo, alla sua produzione e al suo trasporto. Così, solo nell'ultimo anno, il prezzo delle mele è aumentato del 30 percento. Sono convinto che gli spazi verdi ornamentali siano diventati un lusso che non ci possiamo più permettere, è arrivato il momento di coltivare ortaggi nei nostri prati all'inglese e nei parchi pubblici". E aggiunge: "Il Consultative Group on International Agricultural Research (CGIAR) stima che entro il 2015 più della metà della popolazione mondiale abiterà nelle aree urbane, provocando in questo modo una delle più grandi sfide nella storia dell'agricoltura. Avremo bisogno di produrre cibo vicino a dove vivono le persone, e oggi tutti sono entusiasti di questa idea, gli urbanisti, le università, i direttori di testate giornalistiche, tutti credono nella possibilità di produrre cibo nel cuore delle grandi città.
Ma è realistico rinunciare ai parchi urbani e, soprattutto, c'è abbastanza terra per farlo? E' questa la prima e immediata obiezione al progetto di una agricoltura urbana integrata. "Oggi già molti architetti e urbanisti suggeriscono come integrare attività agricole dentro nuovi e vecchi insediamenti urbani, - dichiara Haeg,- ed è partita una vera e propria corsa alla riconquista di tutti gli spazi liberi rintracciabili all'interno della struttura delle nostre città. Ne è un esempio il classico "quartiere perimetrale", un edificio abitativo con all'interno un ampio cortile, il più delle volte adibito a giardino condominiale, o peggio, a parcheggio per auto. Basta guardare una vista aerea di Londra per rendersi conto dell'enorme quantità di spazi all'aperto privati che sarebbero perfetti per avviare questa rivoluzione agricola".
E' una cultura che va sicuramente ancora incentivata e sostenuta. A questo proposito, nel Middlesborough è già iniziato un programma di formazione per insegnare alle persone come coltivare erbe ortaggi e frutta avendo a disposizione un piccolo terrazzo o un cortile. Ma il progetto più ambizioso, ancora in fase di studio, è il cosiddetto Feed the Olympics. Attraverso la collaborazione di tutte le associazioni ambientaliste presenti a Londra, sono stati censiti 6mila acri di terreno solo nel comune della città che saranno coltivati per fornire 14mila pasti "a chilometri zero" durante i 60 giorni dell'evento olimpico del 2012. Ciò inoltre contribuirà a creare 2012 orti urbani che costelleranno tutta la capitale, compresi orti comunali e "tetti verdi".
L'Italia come al solito è il leggerissima controtendenza: per dare un'idea: fertili aree agricole saranno erose dai soliti noti delle speculazioni edilizie con il suggello di "illuminati" amministratori. Solo a Roma saranno edificati 1700 nuovi palazzi da 8 piani. Con i costi degli alloggi e la crisi economica alle porte, magari non si venderà neanche tutto, però intanto "per sicurezza" si costruisce, e in 70 milioni di metri cubi ci sta tanta roba. Di cultura e coltura Roma potrebbe rivivere e rifiorire rafforzando il suo status di città più bella del mondo. E allora, perché non guardare per una volta alla perfida Albione?

mercoledì 23 aprile 2008

California, Stati Uniti d'America.


Dal mutuo subprime alla baraccopoli
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 20.4.2008

Braccialetto rosso, viola o bianco? E' questa oggi la realtà del cosiddetto popolo dei subprime, le vittime della bolla speculativa immobiliare statunitense. Hanno perso la casa, pignorata dalle banche, e si sono ritrovati in mezzo a una strada, homeless, da un giorno all'altro. Il giorno prima erano media borghesia, benestanti, come ce ne sono tanti anche da noi, con un lavoro e un mutuo da pagare. Ora vivono accampati in baraccopoli e tendopoli (shanty towns e tent city, detto in inglese dà perfino l'idea di qualcosa di suggestivo) che nascono spontaneamente nell'interland di Los Angeles, California. La mitica California. E sono così tanti che l'efficienza americana è corsa subito ai ripari istituendo dei posti di controllo all'entrata delle tendopoli. Anche le tende non sono per tutti, decide il colore del braccialetto. Bianco, hai accesso. Rosso, sei respinto. Viola, da decidere. Vicino ai binari della ferrovia che porta dritti all'aeroporto Ontario di Los Angeles spicca una tenda rossa che porta la scritta "Registration". Paradossale, ma questa è una baraccopoli particolare dove è necessario registrarsi, come negli hotel. Lo può fare solo chi dimostra di avere subìto il pignoramento di una precedente dimora.
Nell'area di Ontario i pignoramenti hanno raggiunto il record di uno su ogni 43 famiglie e la situazione è particolarmente critica. Il nostro inviato dall'inferno è Patrick Ersig, uno dei tanti che documenta tutto e pubblica i suoi video su YouTube. Nell'era di Internet le notizie arrivano direttamente da dove nascono, per mano dei protagonisti. Impiegato presso una piccola azienda informatica, una moglie e due figli piccoli che scorazzano in bicicletta tra le tende. Una bandiera a stelle strisce, consunta, è stata issata, con orgoglio tutto americano, sopra un panorama che potrebbe essere quello di Nairobi. Camper abbandonati che sono diventati alloggi di fortuna, baracche improvvisate con materiali di scarto, lamiere, plastiche, tante piccole tende che hanno sostituito il tetto per cui non era più possibile pagare il mutuo, latrine da campo, fango e condizioni igieniche precarie. Immagini dal "giudizio universale" o, come afferma Patrick, dal "Giudizio Economico" sceso sulla Terra.
Siamo nel sud della California, e la tendopoli accoglie nuovi rifugiati, di giorno in giorno, e nuovi braccialetti scattano ai polsi di gente che fino al giorno prima aveva una vita assolutamente normale: la casa, il Suv, il baseball nel cortile con i propri figli. Ora le tende sono 150, le persone che vivono in questo campo sono ormai quasi 400. Ma come si vive? Senza elettricità, alcuni dormono nelle automobili, quelle che non sono state requisite dalle banche, gli attacchi acqua sono solo due, per 400 persone. Inutile dire che si vive in condizioni da Terzo mondo. Un paesaggio che aspetta solo le telecamere del regista Michael Moore, per denunciare ciò che nessun americano medio avrebbe mai osato immaginare. In un altro video, è Tom a parlare. Magro, abbronzato, e arrabbiato. Non lo hanno accettato, porta al polso il braccialetto rosso, lui una casa non ce l'ha mai avuta. Si allontana maledicendo il suo cosiddetto paese.
La crisi dell'economia americana fa le sue prime vittime, e c'è chi teme che tutto questo sia solo l'inizio. La mancanza totale di uno stato sociale, la latitanza di un vero sistema assicurativo, fanno sì che perdere la casa rappresenti per molti una crisi senza via d'uscita, l'inizio di una nuova vita. Così le tendopoli continuano a sorgere, come funghi: a Sacramento, Fresno, San Francisco, nei canyon nei dintorni di San Diego. Cose mai viste nella assolata California.
E' per quanto sta accadendo che nelle loro prossime sedute i parlamenti degli stati americani dovranno affrontare innanzitutto le conseguenze del tracollo del sistema finanziario riflesso nella crisi dei mutui e nella crisi bancaria, e il fatto che il Congresso federale ha sostanzialmente deciso di non fare nulla. L'associazione dei parlamentari degli stati (Ncsl) ha recentemente condotto un sondaggio d'opinione da cui risulta che quello del bilancio è l'argomento più scottante che i parlamentari debbono affrontare nel 2008. Mark Falzone, vice presidente della Ncsl e parlamentare nello stato del Massachusetts, ha dichiarato: per l'anno nuovo «attendiamo il peggio». Per affrontare la situazione il governatore Schwarzenegger vuole dichiarare una «emergenza fiscale», che comporterebbe tagli del 10 per cento del bilancio e il rilascio anticipato di 20mila detenuti per risparmiare sui costi. Ma non è tutto. Schwarzenegger vorrebbe raccomandare in primo luogo la privatizzazione delle infrastrutture, come da tempo richiedono Felix Roharyn e George Shultz, secondo la formula da essi sperimentata in Cile, dove la fecero applicare dal regime fascista portato al potere nel 1973.
Il governatore della California propone inoltre che gli sia concesso di ricorrere a sua discrezione alla Performance Based Infrastructure (Pbi), un altro nome per la partnership pubblico privato (Ppp). Chiederà ai parlamentari dello stato di concedergli il potere di «espandere quei progetti, servizi ed enti di governo che possono rientrare nel modello Pbi»; in altre parole ben poco resterà in mano alle funzioni del governo, sotto il controllo e la direzione dei funzionari democraticamente eletti. A questa cessione dei poteri ai big della finanza si aggiungono i tagli feroci alla sanità, l'istruzione e i servizi sociali.
Commentando le decisioni di Schwarzenegger, Lyndon LaRouche, attivista politico e presidente del "Movimento internazionale per i Diritti Civili", ha notato che una dichiarazione di emergenza economica in California equivale ad un'emergenza in tutti gli Stati Uniti, se si considera l'importanza e le dimensioni economiche dello stato. Ricordiamo che la California era uno dei massimi polmoni agro-industriali alla base della potenza economica americana, ma che nell'ultimo ventennio ha perso centinaia di migliaia di posti di lavoro qualificati, precariamente sostituiti da lavori sottopagati nei servizi, turismo e intrattenimento. A proposito delle politiche dei repubblicani, LaRouche ha dichiarato che «le misure del governatore della California non sono che una palese ammissione del fallimento economico completo della presidenza Bush, fin dal primo giorno, non solo per la California ma per tutto il paese».
Nel frattempo il numero delle tendopoli come quella di Ontario continua ad aumentare esponenzialmente, e oggi sono 200mila le persone diventate homeless, assistite dalle associazioni di volontariato. La situazione continua a peggiorare, ma non senza aspetti cinicamente surreali. Ne è un esempio quello che accade, non solo in California, ma anche nel Michigan: gli agenti immobiliari affittano dei bus per portare potenziali acquirenti a fare il giro delle case pignorate, finite sul mercato a prezzi convenienti. Le case abbandonate dai proprietari sono talmente tante che occorre pianificare un "giro turistico" per visitarle tutte. E allora pullman granturismo con aria condizionata e sistema di filodiffusione. Benché l'occasione sia ghiotta per chi ha qualche soldo da investire, sono decine di migliaia le case che restano invendute. La città di Philadelphia ha proposto una moratoria a questo triste mercimonio, ma naturalmente banche e agenti hanno gridato allo scandalo illiberale.
A Miami, luogo dove ogni europeo cafone con due quattrini ambiva a comprarsi l'appartamentino, adesso tre camere, due bagni, giardino e garage si vendono ad appena 100mila dollari (meno di 70mila euro) ma nessuno se li compra. Nel New England, una ditta di traslochi si è specializzata nel "bonificare" le case abbandonate dai proprietari sfiniti dal mutuo, che spesso se ne vanno lasciando i mobili dentro. La ditta svuota e rivende all'asta: un bel business. Non tutti vanno via senza fiatare. Le banche sono indignate perché molti, prima di consegnare le chiavi agli istituti di credito divenuti proprietari, si vendicano bucando pareti, sfondando bagni, devastando cucine, allagando salotti. La banca chiede i danni, ma chi dorme in macchina ha ormai poco da perdere. Qualche banca è arrivata a offrire mille dollari per andare via senza spaccare tutto.
E in Italia? Risale a pochi giorni fa una ricerca di Altroconsumo : su una platea di circa 530mila famiglie, quelle con problemi di insolvenza sono circa 110mila, mentre 420mila sono in difficoltà. Col decreto Bersani è possibile trasferire il proprio mutuo su un'altra banca più conveniente e a costo zero. Ma alcuni istituti di credito si sono rifiutati di farlo. Ecco l'elenco: Bnl, Unicredit, Deutsche Bank, Banca Sella, Bipop Carire, Banca Popolare di Bergamo, Banca Popolare di Verona e Novara, Banca Popolare di Lodi, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare di Vicenza, Banca Regionale Europea, Banco di Brescia, CariParma, Credit Agricole, Banca Nuova.

lunedì 31 marzo 2008

L'isola che non c'è più

Il sogno impossibile della Repubblica delle Rose
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 30.3.2008

L'Italia è una paese a cui non mancano gli scheletri nell'armadio. E in questi giorni, durante i quali dal lontano Tibet giungono immagini e cronache di un vergognoso tentativo di genocidio culturale, forse a qualcuno sarà tornata in mente una vecchia storia italiana. È la storia di quando fu lo Stato Italiano, sul finire degli anni Sessanta, a porre fine in modo violento alla pacifica parabola di una giovane repubblica indipendente. È la storia della Repubblica delle Rose.

«Perché mai solo le piattaforme petrolifere e metaniere?». Forse è questa la domanda che ispirò il progetto dell'ingegnere bolognese Giorgio Rosa. Quello di creare un'isola artificiale, in acque internazionali, e dichiararla repubblica indipendente. Si può fare, il diritto internazionale non lo vietava e non lo vieta tuttora. È di questi giorni la notizia che il principato di Sealand, una vecchia piattaforma marina situata nella Manica e "conquistata" nel 1967 da Roy e Joan Bates, andrà presto all'asta per diventare probabilmente la prima micronazione al mondo a divenire sede legale di un provider informatico.

Costituita la Spic (Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento), con presidente Gabriella Chierici, moglie dell'ingegnere e suo direttore tecnico, l'ingegnere Rosa la sua isola incomincia a costruirsela da solo. Le prime ispezioni del punto prescelto, al largo di Rimini, avvengono nel luglio del 1958. L'idea è quella di costruire un telaio di tubi di acciaio saldati da trasportare in galleggiamento fuori dalle acque territoriali italiane e successivamente installarlo ancorandolo al fondo che in quel punto non è profondo. Smonta il motore da una Fiat 500 e lo applica a uno speciale natante che sarà utilizzato per tutti i sopralluoghi e i lavori di preparazione dell'isola.

I lavori vanno avanti lentamente, tra la base a terra situata in un capanno sul molo di Rimini, e le operazioni in mare aperto. Nell'estate del 1962, allo stupore e all'ammirazione dei riminesi e di quanti sapevano dell'impresa dell'ingegnere Rosa, si aggiunse l'attenzione delle autorità italiane che intimarono alla Spic di interrompere immediatamente i lavori. Ma Rosa fa tutto in regola. Nel 1964 contatta le Capitanerie di Porto di Rimini, Ravenna e Pesaro per informare dei rifornimenti e della costruzione della struttura dell'isola presso i cantieri navali, nonché per procedere alla pubblicazione dell'avviso ai naviganti per la segnalazione della presenza di strutture.

Intanto l'isola prende forma. Siamo nel 1966. La Polizia si interessa direttamente della vicenda, intimando di cessare i lavori in quanto l'area marina sarebbe stata data in concessione all'Eni per attività estrattive. Ma Rosa difende le sue "attività sperimentali" in acque internazionali e va avanti per la sua strada. Il fondale in quel punto è basso è le perforazioni danno esito positivo. Viene trovata una falda di acqua dolce, così, finalmente, l'isola diviene abitabile e il 20 agosto del 1967 viene aperta al pubblico.

Intanto sull'isola i lavori continuano: sui pali viene gettato un piano in laterizio armato alto 8 metri sul livello del mare su cui si erigono dei muri che limitano dei vani. Il territorio della repubblica misura ben 400 metri quadri. Comincia anche una sopraelevazione di un secondo piano, che dovrà concludersi, in previsione, in cinque piani. Inoltre, viene attrezzata un'area di sbarco per battelli, denominata "Il Porto Verde".

La piattaforma sorge a 6,27 miglia marine (11,6 km) al largo della costa italiana, di fronte a Torre Pedrera, nel comune di Bellaria-Igea Marina, dunque ben 500 metri al di fuori delle acque territoriali. L'Isola confina esclusivamente con acque internazionali, ad eccezione del lato sud-ovest dove, nonostante il mezzo chilometro di distanza, per lo stato italiano è confinante con le acque territoriali. In posizione quasi simile si trovavano le Piattaforme Metanifere dell'Agip.

L'entità che si costitusce sulla piattaforma artificiale prende il nome, in lingua esperanto, di Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj (Libero Territorio dell'Isola delle Rose), trasformatosi poi in Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj (Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose). Accade così che la neonata repubblica dichiara la propria indipendenza il primo maggio 1968, con Giorgio Rosa presidente. Ma la notizia viene resa pubblica con una conferenza stampa solo il 24 giugno successivo.

L'Isola delle Rose adotta uno stemma: tre rose rosse, gambo verde fogliato, su campo bianco di uno scudo sannitico, così come descritto dalla Costituzione. Viene istituita anche una bandiera di colore arancione che al centro riporta lo stemma repubblicano. Inoltre viene scelto l'inno nazionale: il Chor der Norwegischen Matrosen dalla prima scena del terzo atto de L'Olandese Volante di Richard Wagner.
E' un amico esperantista del Rosa, Albino Ciccanti di Bologna, che influisce sulla scelta della lingua ufficiale della nuova repubblica. La scelta dell'Esperanto sancisce in questo modo non solo la piena sovranità e l'indipendenza dalla Repubblica Italiana, ma anche il carattere internazionale e pacifico del nuovo microterritorio. L'altro unico esempio di adozione dell'esperanto come lingua ufficiale di una micronazione si ebbe con il progetto di adozione per il Territorio Libero di Moresnet, un microstato europeo esteso circa 3,5 kmq che resistette dal 1816 al 1919 a cavallo dei confini tra Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La repubblica incomincia a diventare - se non proprio una oscura forza sovvertitrice degli equilibri internazionali, come qualcuno crede - una modesta meta turistica. Nell'anno della fondazione si registra infatti un intenso traffico marino dalla costa italiana verso l'Isola delle Rose e viceversa, destando crescente preoccupazione da parte delle forze dell'ordine italiane che assistono impotenti. Il progetto di Rosa viene allora interpretato dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici e non pagare e relative tasse, senza tener conto, tuttavia, che l'Isola delle Rose si trovava al di fuori delle acque territoriali italiane.

La repressione illegale del libero stato delle Rose era alle porte. E' così che la Repubblica Italiana dispone un pattugliamento di motovedette della Guardia di Finanza vicino la piattaforma, impedendo a chiunque, costruttori compresi, di attraccarvi, ottenendo di fatto un primo blocco navale. Nel frattempo la repubblica registra il suo primo abitante stabile: Pietro Bernardini che, dopo un naufragio durante una tempesta, raggiunge a nuoto la piattaforma dopo otto ore trascorse in mare. Successivamente prende in affitto la piattaforma per un anno.

Questo è troppo. Il governo italiano risponde subito e con durezza: a soli 55 giorni dalla dichiarazione d'indipendenza, martedì 25 giugno 1968 alle sette del mattino, una decina di pilotine della Polizia con agenti della Digos, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza circondano l'isola e la occupano militarmente, prendendone possesso, con un'azione ai limiti del diritto internazionale, non contestando alcun reato o illecito, né alcuna violazione delle leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria o di immigrazione. Il governo della Repubblica Esperantista invia un telegramma al presidente della Repubblica Italiana, Giuseppe Saragat, per protestare contro «la violazione della sovranità e la ferita inferta al turismo locale dall'occupazione militare». Ma al telegramma non segue alcuna risposta.

In quello stesso anno, come atto simbolico, il governo delle Rose, in esilio, emana una serie di francobolli con la dicitura Milita Itala Okupado (Occupazione Militare Italiana). E a poco valsero le proteste, gli incontri e i tentatiivi diplomatici tra il governo esiliato e l'intransigente Repubblica italiana. Il destino dell'avventura repubblicana è evidentemente già segnato.

Il 22 gennaio del 1969 una nave della Marina Militare Italiana salpa per l'Isola delle Rose, per la posa dell'esplosivo per la distruzione. L'ultimo atto, il 13 febbraio 1969. Demoliti i manufatti in muratura e segati i raccordi tra i pali della struttura in acciaio, l'Isola delle Rose viene minata con ben 120 kg di esplosivo per ogni palo di sostegno (ben 1.080 kg totali), ma l'esplosione fdeforma solo la struttura portante dell'isola, che non cede. Sarà solo una burrasca, due settimane dopo, a far inabissare per sempre il sogno dell'Isola delle Rose.

giovedì 7 febbraio 2008

Storie d'altri tempi...

Pierre e Adolphe. I due fratelli che si contesero l’inno dei lavoratori
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 3.2.2008


Pierre e Adolphe Degeyter. Due fratelli contro. Questa è la tormentata storia della nascita della musica dell’Internazionale, sul testo di Eugene Pottier. Pierre nasce a Gand nel 1848 da una famiglia di operai, comincia a lavorare all’età di otto anni nelle filature, conoscendo da subito le difficoltà della vita. Ma il suo talento musicale esce allo scoperto attraverso la sua bella voce di baritono. Nelle ore serali riesce a frequentare i corsi di educazione musicale dell’Accademia di Lille. Nel poco tempo che gli avanza dopo il lavoro, suona il contrabbasso, il saxofono, scrive canzoni, orchestra brani. Pierre è uno dei migliori dell’Accademia. Dopo il servizio militare si iscrive al Partito Operaio Francese e ne diviene attivista.
Nel 1886 il fratello minore Adolphe perde il lavoro e insieme girano per le strade e per le feste, insieme al cognato che suona un harmonium. Sono tempi difficili, ma con la musica riescono a fare qualche soldo extra. Pierre e Adolphe, quest’ultimo è operaio fabbro ma ha qualche cognizione di musica e sa cantare, abitano sotto lo stesso tetto. Una circostanza fortuita mette le premesse alla nascita del celebre canto di lotta. Un sabato sera di giugno Pierre riceve in prestito dal capo del Partito Operaio Delory la raccolta dei Chants révoluttionaires di Eugene Pottier uscita l’anno precedente, con la richiesta di musicarne uno. La mattina dopo Pierre sta sfogliando il volume ed è colpito proprio da l’Internazionale. All’inizio del pomeriggio si mette all’harmonium e compone di getto la musica. Quella che ancora oggi cantiamo: Compagni, avanti, gran Partito / Noi siamo dei lavorator!. Era il 18 giugno 1888. La sera, Pierre propone al fratello di cantare l’inno, lo mette a posto, lo perfeziona. Non ha dubbi. La musica è quella.
La prima esecuzione pubblica avverrà il 23 giugno ad opera della corale di Lille. Il canto viene stampato in 6mila copie. Pierre teme rappresaglie e firma la partitura con il solo cognome. Il fatto è che l’Internazionale è infatti diventata popolarissima fra i socialisti a Lille e non c’è festa o manifestazione dove non venga intonata. Per questo, la borghesia non vede di buon occhio tutto questo successo. Ma in realtà tutti sanno chi è l’autore e, purtroppo, Pierre viene licenziato. Nessuno lo vuole riassumere. Da parte sua, Pierre si è sempre rifiutato di aderire alla Società degli Autori perché non vuole che il suo inno sia gravato da diritti, ciò andrebbe a discapito della causa socialista.
Qui le strade dei due fratelli si dividono. Pierre lascia il Partito Operaio per confluire nel Partito Socialista, mentre Adolphe rimane legato al Partito Operaio. Delory fa ristampare il canto con il nome del fratello Adolphe, rimasto fedele al suo Partito. Adolphe da parte sua non si oppone, soprattutto perché Delory è anche Sindaco del paese e teme di perdere il posto di lavoro e di veder peggiorare la sua già precaria condizione economica. Qui nasce il giallo dell’attribuzione del canto.
Nel dicembre 1903 “La Petite République” pubblica una inchiesta approfondita di Louis Lumet. Qui, in modo apparentemente oggettivo, si dimostra che è Pierre Degeyter il vero autore del canto. È lo stesso Pierre a chiedere di essere messo a confronto con Delory e a suo fratello davanti a un giurì d’onore. Tuttavia, non ricevendo risposta, si vede costretto a iniziare una causa legale. Pierre non vorrebbe citare in giudizio il fratello perché sa che è stato in un certo senso raggirato, ma la legge parla chiaro e Pierre deve procedere anche contro Adolphe.
A questo punto il tribunale propone un confronto probatorio molto semplice. Un esame di musica da fare ai due fratelli. Chi ne sa di più di musica, sicuramente è il compositore del celebre canto. Ma la soluzione salomonica viene scartata e il primo verdetto della corte è sfavorevole a Pierre che dal canto suo non si arrende e ricorso. Scoppia la Grande Guerra. Tutto è rimandato.
Saranno proprio le circostanze belliche a far riemergere la verità. Per bocca dello stesso Adolphe che, in un momento di sconforto, stretto nella paura di morire in combattimento, scrive al fratello una lettera che fuga ogni dubbio: “Caro fratello, non ho mai composto musica e tanto meno l’Internazionale. Se ho firmato un foglio a Delory è perché non osavo rifiutargli niente per paura del licenziamento. Se ti scrivo ciò è perché non si sa che cosa mi possa capitare”.
Ma le polemiche non finiscono. Nel 1916 Lille è occupata dai tedeschi, Adolphe, ridotto in miseria e ammalato, si suicida. Delory si affretta a recuperarne il corpo, finito in una fossa comune, e a dedicargli un monumento funebre: “Qui riposa Adolphe Degeyter, il compositore dell’Internazionale”. La corte di Parigi è chiamata a dirimere definitivamente il caso nel 1922. La lettera di Adolphe è decisiva agli effetti giuridici e la corte dichiara una volta per tutte Pierre Degeyter autore dell’Internazionale.
In tutti quegli anni Pierre ha sempre vissuto a Saint-Denis, affiancando al lavoro la militanza politica e sindacale. Ma ora lui e la moglie non sono più in grado di lavorare e sono ridotti a vendere nelle feste popolari confetti di zucchero e d’orzo. A Mosca, alcuni membri dell’Esecutivo della III Internazionale, tra cui Trotski, chiedono un intervento del Partito Comunista francese. Pierre ottiene in questo modo una piccola pensione e un alloggio. Nel 1928, in occasione del VI Congresso della III Internazionale, Pierre si reca in Unione Sovietica dove gli viene riservata una accoglienza trionfale. A Mosca gli intitolano una strada.
Pierre morirà il 26 settembre 1932 nella sua Saint-Denis. Il funerale viene trasformato in significativo fatto politico attorno al quale il PCF chiama alla mobilitazione: il 2 ottobre più di 50mila lavoratori seguiranno il carro funebre cantando la sua immortale musica. Su, lottiamo, l'Ideale / nostro alfine sarà / l'Internazionale / futura umanità!

martedì 13 novembre 2007

Musiche di stagione

Parliamo di Piazzolla, un grande musicista che ha saputo trasformare il tango e che ha contribuito a far conoscere il bandoneon in tutto il mondo... ma anche un musicista che seppe trovare legami fondamentali con la musica classica e la tradizione colta. Ne ho scritto un breve articolo, per chi avrà la pazienza di leggermi...

Las Cuatro Estaciones. Quando Piazzolla incontrò Vivaldi

Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 11.11.2007

“Il tango è uno stile di vita". Così diceva Piazzolla in un’intervista rilasciata nel 1989 a Gonzalo Saavedra nella sua visita in Cile. Questa frase potrebbe riassumere gli oltre cento anni di vita di questa danza nata nei tuguri di Buenos Aires nel tempo in cui nella città e in tutta l’Argentina affluiva una moltitudine di immigrati in cerca di fortuna provenienti da tutto il mondo.
Una musica di “bassa estrazione” che, attraverso Piazzolla, si è elevata a genere musicale colto in cui il moderno si fonde con il tradizionale, il popolare con il raffinato; un genere in cui la tristezza struggente del tango non scade mai nella languida autocommiserazione che troppo spesso aveva caratterizzato il primo tango, ma si esprime con violenza, passione ed eleganza.
Esempio paradigmatico di questa “rivoluzione” del tango sono proprio le “Quattro Stagioni” composte da Astor, una composizione fondamentale e di svolta, perché qui il tango intesse legami profondi con la tradizione della musica classica rifacendosi al modello vivaldiano del Cimento dell’armonia e dell’inventione, pubblicato nel 1725 e contenente i celeberrimi concerti per violino dal titolo Le Quattro Stagioni. Entrambi i musicisti sono stati inizialmente contrastati per le novità che proponevano, rispetto ai canoni dei rispettivi tempi: il moderno stile operistico di Vivaldi e le innovazioni nel concepire il tango di Piazzolla.
Un lavoro scandaloso quello di Piazzola, per molti versi, perché il suo “Tango Nuevo”, di cui le Stagioni porteñe sono una sorta di manifesto, si opponeva ai più accaniti conservatori, intendendo rappresentare un tipo di musica non finalizzata alla danza ma al solo ascolto. La scelta di perseguire questo fine, dettata più dall’istinto che dalla volontà, è quasi imposta dalla formazione artistica di Piazzolla che, affatto propenso a seguire la passione tanghesca del padre Vicente, si orientò inizialmente verso il genere colto per eccellenza: la musica classica. E fu proprio grazie allo studio della musica classica e, successivamente, del contrappunto a quattro parti (con Nadia Boulanger, a Parigi, che fu anche insegnante, tra gli altri, di Leonard Bernstein, George Gershwin e John Eliot Gardiner), che gli permise di innovare tanto profondamente il tango tradizionale.
Verano Porteño, è un brano composto nel 1965 per lo spettacolo teatrale intitolato “Selenita de oro” diretto da Alberto Rodriguez Muñóz. Eseguito con il bandoneòn, il brano è di una prorompente vitalità. È l’Estate, la prima delle Quattro Stagioni Porteñe composte da Piazzolla, in cui i due meravigliosi “cantabili” del bandoneón e del violino si alternano a ritmi ossessivi e martellanti presenti sia nell’introduzione sia nella parte centrale del brano. La parte finale è un continuo incrocio di elementi armonici e ritmici per prepararsi, attraverso un “obbligato” del pianoforte, alla coda tanghesca conclusiva: un uragano! Ah che pur troppo i Suo timor Son veri / Tuona e fulmina il Ciel e grandioso / Tronca il capo alle Spiche e a' grani alteri. La figurazione simbolica del temporale estivo evocata dal sonetto dello stesso Vivaldi nella sua Estate rimane nel lavoro dell’argentino, addirittura nell’esecuzione della pagina di Piazzolla per mano del grande violinista Guidon Kremer, il tema vivaldiano riaffiora improvvisamente, squarciando la fitta tessitura del tango e inserendosi con inaspettata armonia nel ritmo pulsante della danza.
Inverno Porteño scritto nel 1970 chiude la suite delle Quattro Stagioni Porteñe ed è uno dei brani più belli scritti dal compositore argentino. Ed è proprio in questa composizione che Astor sembra creare una nuova simbiosi tra generi musicali, tra il tango e la musica classica. È ancora nell’esecuzione del violinista Guidon Kremer che si può ritrovare molto chiaramente questa relazione. Il fraseggio iniziale del violino, ostinato e quasi violento, trova un approdo quieto in un cantabile accompagnato dagli archi di chiara impronta classica. La stessa tessitura armonica, divenuta semplice e lineare, ricorda in pieno le rotondità delle composizioni barocche, la loro ciclicità armonica. Ciclicità che si riafferma nell’ultima stagione di Astor con l’improvvisa riapparizione dell’indiavolato tema principale che, proprio nella coda conclusiva di questo brano, si distingue come uno dei tanti elemento davvero “classici” tanto da rimandare senz’altro la mente indietro di 250 anni circa. Un ponte tra Vivaldi e Piazzolla sancito scherzosamente nella registrazione di Kremer con la citazione al clavicembalo del tema della Primavera. Questo, infatti, traspare a volume bassissimo sulla nota finale dell’Inverno Porteño, quasi impercettibile se non si alza di molto il volume dell’ascolto. Uno scherzo, un gioco forse.
Le Stagioni di Piazzolla sono quindi il tentativo riuscito non solo di trasformare il tango in una musica “colta”, ma anche di rinnovarne i linguaggi, paradossalmente, proprio ispirandosi ai canoni classici. Come affermava lo stesso Piazzolla in una delle sue ultime interviste rilasciata nel 1989, “Il tango non esiste più. È esistito molti anni fa, fino al 1955 quando Buenos Aires era una città che si vestiva di tango, si camminava il tango, dove si respirava nell’aria il profumo del tango. Però oggi non è più così. Oggi si respira più un profumo di rock o di punk… Il tango di oggi è solo una imitazione nostalgica e annoiata di quella epoca. E il mio tango appartiene a questo tempo.

lunedì 16 aprile 2007

Il ballo ha fatto Boom!


Questo è un fenomeno che mi piace molto! Ne avevo già scritto, ma ora gli ho dedicato un po' più di attenzione con questo articolo...

Boombal: in Belgio i rave sono folk!
Dilaga la mania dei raduni a base di musica folk. E c’è chi dice “tutto questo mi ricorda il fenomeno punk”
Di Gianni Ventola Danese
Pubblicato sul quotidiano "Liberazione"

“Folk Explosion!”. Un’orda di persone lancia questo grido in Belgio e nascono i rave party con musica strettamente tradizionale. La modernità fagocita la musica popolare europea, la trasforma in evento che illumina le notti di Bruxelles. Il linguaggio, lo stile, la comunicazione, è quella dei rave party: luci, musica ad alto volume, piazze e luoghi pubblici invasi da migliaia di persone, birra a fiumi, e giovani, tanti giovani che disertano le discoteche per la musica popolare. In Belgio hanno trovato la formula magica per avvicinare le nuove generazioni alla musica tradizionale. E in Italia cosa succede? Da una parte, la musica folk è per “palati fini”, ex rocchettari un po’ attempati che sanno tutto sul violino finlandese e l’arpa celtica, sulla pizzica salentina e sulla tarantella “a spada”, non si perdono un festival, magari suonicchiano qualche strumento popolare e alle volte fanno noiosi discorsi sulle esecuzioni filologiche. Dall’altra la musica popolare rimane invischiata in un gioco dell’oca un po’ campanilistico fatto di sagre paesane, taniche di vino, questioni di difesa della cultura locale e delle tradizioni contadine, nonché sulla pretesa veracità di un mondo che non c’è più. Ma ai giovani che gliene frega? Loro vogliono divertirsi e pensano che la musica folk sia “roba da vecchi”. Le cose potrebbero andare altrimenti signori! Il Belgio non è lontano.
Era il 2000. Wim Claseys, insegnante di fisarmonica in una scuola pubblica della piccola cittadina universitaria di Ghent, si arrovellava il cervello su come trovare il modo per far fare un po’ d’esperienza musicale ai suoi allievi. Poi, l’idea! Un ballo potrebbe essere un modo eccellente per farli allenare suonando di fronte a un pubblico vero. Trovato un vecchio capannone in Boomstraat, organizza un piccolo ballo con alcune coppie di persone e i suoi studenti con le fisarmoniche che suonano un po’ intimiditi. Il giorno dopo Wim riceve telefonate da tutti quelli che avevano ballato la sera prima con la richiesta di organizzare un altro ballo, e poi un altro ancora. La voce si sparge e il numero delle persone aumenta perché arriva anche chi non sa ballare. Si sistemano discretamente ai bordi della sala, guardano e ascoltano mentre in loro si risveglia prepotente la voglia di muoversi a tempo di musica. Wim non lo sa, ma era nato il fenomeno Boombal.
È costretto a cercare un’altra sede, ma poi anche quella diventa piccola e alla fine si ritrova a dover affittare un grande spazio presso il centro interculturale conosciuto come “La Centrale” dove ancora oggi si svolgono i balli di massa. Sul palco non si alternano più gli impacciati principianti degli inizi, ma i migliori nomi del panorama folk internazionale. Non solo. La formula del Boombal diventa popolare e nulla si può fare per impedire che si estenda a macchia d’olio nelle altre città delle Fiandre, da Bruxelles a Leuven. E poi nasce un’altra consuetudine: non si vuole lasciare fuori nessuno, neanche quelli che non sanno ballare o che hanno la scioltezza di un ciocco di legno e così, un paio d’ore prima di ogni concerto vengono insegnati i passi fondamentali di tutte le musiche che saranno eseguite. Per questo il boombal è qualcosa di simile a qualcosa che a Bruxelles dicono di aver già visto, ovvero il cosiddetto “bal moderne”: un luogo dove prima del concerto si insegnavano insopportabili danze di gruppo.
E qui che sta tutta la carica innovativa del Boombal. Qui si balla musica tradizionale internazionale, non si fanno discorsi sulle radici (ma quali radici!), anzi, antiche melodie europee (polche, mazurche, scottische, valzer, an dro e chi più ne ha più ne metta) vengono letteralmente reinventate dai gruppi della cosiddetta newfolk generation.
Tuttavia non è solo l’atmosfera discotecara ad attrarre i giovani, ma anche il fatto non meno importante che qui la maggiorparte delle danze si ballano in coppia. Gìà, come una volta! L’impaccio assordante della discoteca qui non c’è, tra le persone c’è meno distanza e ci si conosce in fretta: questa forse la più importante rivincita della musica tradizionale sullo sciamanismo dei ritmi techno. Ma è la miscela di nuovo e moderno che funziona.
Steve van Roy dirige il centro culturale De Maalbrek a Bruxelles che ospita dalla scorsa primavera le feste boombal. “Abbiamo avuto l’idea la scorsa primavera, - racconta, - cercavamo un modo per coinvolgere le nuove generazioni affinché fossero proprio i giovani ad aiutarci a stilare l’agenda culturale del centro con idee e nuove proposte. Vede, abbiamo una sala molto grande che fino ad allora aveva ospitato esclusivamente concerti di musica classica”. E poi a quanto pare la cosa è andata oltre le generazioni: “Con la musica folk è accaduta una cosa che non era esattamente quella che ci aspettavamo, - continua Steve, - e cioè di vedere gente di cinquanta e sessant’anni divertirsi e ballare al fianco dei diciottenni. Vengono da altre città e dalla vicina Francia. C’è qualcosa della cultura punk in questo tipo di esperienza musicale, io vedo giovani che si strappano letteralmente i capelli durante i concerti!”.
Gli eroi di questa nuova tendenza popolare sono organettisti, suonatori di flauto e cornamusa, nomi famosi che il solo pronunciarli richiama alla memoria serate memorabili, ma in fondo sconosciuti o quasi al grande e sfarzoso mondo della musica di consumo. Nel giro Hilde Frateur è una musicista molto nota, nella sua famiglia suonano tutti ai Boombal. “Ormai tra noi musicisti, - racconta, - c’è la gara per suonare, non si trova più uno spazio libero, tutti i concerti sono prenotati da mesi, sembrano tutti impazziti”.
l Boombal sono diventati anche un business, questo non lo negano neanche gli ideatori. Il marchio è stato registrato e compare su gadget e magliette. Boombal è uno stile. Ma è uno stile che costa poco. Con cinque euro belgi, che sono anche più leggeri di cinque euro nostrani, la gente può entrare e garantirsi una serata da sballo, bevande escluse! Dalla gente è nato il fenomeno ed è la stessa gente che lo gestisce e in qualche modo lo controlla con la sua presenza. E nonostante il notevole afflusso di persone, la speculazione qui ancora non è arrivata.
L’anima della cultura popolare, quella, c’è ancora tutta. Senza consegnarla a un destino museale o innalzarla ai fasti di una cultura per iniziati, musica e danza popolare vivono nel Belgio dei nostri giorni una nuova avventura che non è altro che un ulteriore sviluppo delle forme musicali popolari. Niente nella musica popolare è rimasto mai immutato nei secoli, nuovi e fecondi apporti hanno sempre innestato nuove idee su antiche tradizioni. La rinascita e la riscoperta del folk in tutta Europa ha certamente contribuito a richiamare l’attenzione delle persone più sensibili e forse “politicamente” impegnate (ci sono cose di sinistra e cose di destra, cantava Gaber mettendo in evidenza con ironia il vacuo marketing culturale dei nostri tempi), erano i tempi del riflusso post sessantottino, ora non più. Il caso del Belgio sembra dimostrare che parlare di tradizioni popolari significa prima di tutto allargare lo sguardo alle tradizioni popolari dell’immenso patrimonio eurasiatico tenendo ben presente che la cultura popolare si rivitalizza solo quando è capace di attualizzarsi, sposando i nuovi linguaggi e le nuove tendenze con quelle antiche radici che, lasciate sole a se stesse, rischiano invece di disseccarsi per sempre.

giovedì 15 marzo 2007

Second che???

A questo punto penso di aprire una scuola di organetto in Second Life...

L’economia di SL. Ecco quanto conviene avere una seconda vita
Di Gianni Ventola Danese
Pubblicato su "Liberazione" del 11 marzo 2007

Ormai è molto di più di un semplice gioco, è diventato un esperimento sociale ed economico che si invola verso i 4 milioni di iscritti. Parliamo di Second Life (SL) ideato dalla società Linden Lab. SL è una struttura virtuale all’interno della quale ha preso forma una vasta comunità di persone che possono costruirsi una vita parallela, in tutto e per tutto simile a quella reale. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui qualche migliaio di pionieri si cimentavano con le opzioni fornite da SL, guardati dai più come fanatici dei giochi online. Oggi questo mondo parallelo è abitato da milioni di persone che alimentano una seconda economia: un giro di affari da tredici milioni di dollari l'anno (per ora).
La valuta degli scambi è il Linden Dollar, moneta virtuale, convertibile in dollari sonanti. Si può comprare di tutto. C’è un vero e proprio mercato di oggetti virtuali. Può sembrare strano, ma la gente compra oggetti virtuali. Di solito si inizia coi vestiti. Anche nel cyberspazio l’occhio vuole la sua parte, ed ecco che ci possiamo imbattere in fastose boutique d’abbigliamento per tutti i gusti. Ma a rifarsi il look non siamo noi, ma il nostro avatar, umanoide tridimensionale che ci rappresenta in SL. Dal completo punk allo smoking da gran galà, da una semplice maglietta dei Pink Floyd agli anfibi ultimo grido, SL ci offre la possibilità di riprodurre la nostra vita reale o di inventarcene una completamente nuova. E qualcuno ha fatto affari degni di nota, come la businessgirl Anshe Chung
In realtà lei è Ailin Graef, vive in Germania nei pressi di Francoforte ed è gia stata soprannominata la Rockfeller di SL. La sua principale attività è quella di occuparsi di sviluppo e mediazione di terreni e abitazioni virtuali, e poi compravendita di oggetti e valuta. Insomma, una furbetta del quartierino (virtuale) che è finita sulle prime pagine di importanti riviste che trattano di affari quali “Business Week” e “Fortune”. La ragazza il fiuto degli affari nelle simulazioni virtuali ce l’ha sempre avuto, perché aveva già raggranellato immense fortune in contanti virtuali in altri giochi di ruolo online: Asheron's Call, Star Wars Galaxies and Shadowbane. Poi con SL è arrivata la possibilità di convertire il denaro virtuale in denaro reale e allor
a le cose sono cambiate. Ha iniziato come fanno tutti dal basso, ospitando eventi, gestendo un giro di prostitute, insegnando i segreti di SL, e disegnando vestiti virtuali. Poi il salto nel grande business. Coi guadagni ha comprato terreno, terreno e poi ancora terreno, fino ad arrivare a possedere una intera isola di SL, battezzata Dreamland. Ha costruito case, ambienti per il business, li ha gestiti, affittati, venduti, fino ad essere definita dai responsabili del Linden Lab la vera “governatrice” di tutta la zona. Nel 2006 Ailin fonda la “Anshe Chung Studion Ltd”, con sede fiscale a Hubei in Cina insieme a suo marito. E nel novembre 2006 ha annunciato di essere la prima personalità virtuale ad aver guadagnato il primo milione di dollari interamente da proventi derivati da attività virtuali. Inquietante? Affatto. Tutto ciò sembra preannunciare il futuro.
Perché i mondi virtuali sono una immensa possibilità di business ancora inesplorata. IBM, ad esempio, sembra avere il giusto atteggiamento pionieristico nel grande mondo virtuale. Possiede almeno dodici isole nel metamondo di SL e un migliaio di dipendenti operativi pronti a trasformare idee in pixel, in oggetti virtuali da rivendere. Una economia “impossibile” resa possibile grazie alle nuove generazioni che stanno crescendo con una doppia vita nei mondi virtuali e nelle reti sociali di internet. Ed è proprio di queste persone che le multinazionali delle nuove tecnologie vanno a caccia. Big Blue (così è soprannominata la IBM) ha deciso di investire nei mondi virtuali anche a uso interno. Conferenze, routine aziendali virtuali, brainstorming globali, training e comunicazione interna, a parere di Big Blue, potrebbero trovare nei mondi virtuali come
Second Life un habitat quasi naturale. Parola d’ordine: simulare modelli di business in un modello realmente sociale, una fucina di idee innovative, uno spazio in cui sperimentare routine professionali basate sulla decentralizzazione, per spingersi fino al cosiddetto crowdsourcing, la distribuzione di lavoro a una comunità indistinta. Per questo IBM investirà la bellezza di 100 milioni di dollari su alcune idee scaturite da un recente brainstorming di massa organizzato in SL.
Ma un altro aspetto importante è quello del commercio online. In molti si sono infatti resi conto che SL potrebbe diventare la piattaforma ideale per gli acquisti in rete. Non più anonimi siti web dove inserire il nostro numero di carta di credito, ma negozi veri, tridimensionali, con tanto di vetrine e avvenenti commesse virtuali pronte a darci ogni informazione in tempo reale.
E le isole di SL iniziano a popolarsi dei grandi marchi che hanno incominciato ad aprire negozi virtuali. L’Adidas ha aperto un negozio in Linden Town, la Nike cerca di piazzare ovunque le sue scarpe. Amazon, tra i più importanti player della net-economy, crede nella possibilità di gettare ponti tra il metamondo e quello reale. Lo chiamano “commercio contestuale”, ovvero far comprare beni reali, destinati a persone reali, al proprio avatar, lasciando che il compratore si mantenga nella metafora. Un esempio? le lib
rerie Life2Life, scaturite dalla creatività degli avatar Tabatha Hegel and Hugo Dalgleish: locali surreali riempiti di libri fluttuanti, né scaffali né commessi, digitando il titolo i risultati appaiono in una sorta di schermo nello schermo. Per saldare il conto, l'avatar viene indirizzato verso la pagina web di Amazon, mettendolo in comunicazione col mondo reale e trasformando così la sua intangibilità in un reale cliente. Inoltre, si possono scambiare pareri fra utenti interagendo in uno spazio tridimensionale.
Britt Beemer, presidente del America’s Research Group, è convinto che i negozianti devono incominciare a pensare in maniera differente perché stanno cambiando le modalità dello shopping. Il fatto è che dopo avere investito ingenti somme nello sviluppo dei siti web, le aziende si stanno accorgendo che esistono molte altre vie per raggiungere in rete il proprio compratore. Oltre a SL, pensiamo a YouTube e a MySpace: ogni anno centinaia di milioni di contatti all’anno, tutti potenziali clienti.

Inoltre, ed è qui che risiede molto del potenziale inesplorato, le aziende potrebbero vendere oggetti virtuali, da usare e consumare solo nel mondo virtuale. Come dire, il consumismo salvato da se stesso. Potrebbero così crearsi le condizioni per un ritorno a uno stile di vita sobrio, risparmiando energia e riducendo lo sfruttamento lavorativo del terzo mondo, e convogliando le nostre pulsioni consumistiche su oggetti virtuali?
Forse. Ma non c’è solo ottimismo in torno a SL. Alcuni consulenti d’impresa, come Steve Prentice del prestigioso Gartner Group, lanciano un grido d’allarme. Forse ci troviamo di fronte a una “bolla speculativa” del virtuale e nei prossimi mesi potremmo dover fare i conti con una grande disillusione. Tuttavia gli investimenti continuano perché i più sostengono invece che l’economia virtuale ormai è parte del nostro presente.

Ne è sicuro l'economista Dan Miller, membro del Joint Economic Committee, il quale prefigura una simbiosi sempre più profonda tra economia reale ed economia virtuale, con tutti i problemi di natura fiscale che ciò potrebbe comportare. Il Committee ha infatti in programma un’indagine riguardo alle economie virtuali: sono più di dieci milioni gli avatar disseminati in questo o quel mondo virtuale, un giro di affari di proporzioni gigantesche (senza parlare delle possibili implicazioni nell'ambito della proprietà intellettuale). Dan Miller ha iniziato a interessarsi al mondo delle economie virtuali negli sprazzi di tempo libero e riconosce che la Joint Economic Committee si trova ancora nelle fasi preliminari di questa difficile analisi. Sta valutando quali questioni possono sollevare le economie virtuali per le politiche pubbliche. Il problema è che molti dei suoi colleghi economisti sono totalmente a digiuno di mondi virtuali: si tratta di capire cosa sia potenzialmente tassabile, e quali fattori delle economie virtuali si intersecano con le economie reali. Basti pensare che oggi il giro di affari in SL si aggira intorno ai 500mila dollari reali al giorno.
La notizia dell’interessamento del Committee ha scatenato indignazione, polemiche e molti timori. Si teme infatti che l'Internal Revenue Service intervenga tassando le transazioni interne alle economie virtuali, ma non c'è modo né motivo di tassare delle rendite che non apportano alcunché nelle tasche delle persone reali. In base alle leggi, se un individuo genera una rendita in dollari veri, viene tassato. Il problema che si pone non è quello di tassare le rendite virtuali esistenti solo nelle economie virtuali, è quello di tassare le rendite reali provenienti da scambi di beni, anche virtuali, in economie virtuali. Queste rendite, come visto, non mancano e possono essere sono ingenti.
L’economia e molti altri aspetti dell’agire umano nel giro di pochi anni si stratificherannno tra reale e virtuale. È un mondo pieno di storie, di piccoli e grandi avvenimenti, di notizie. Se n’è accorto anche il mondo dell’informazione reale. L’agenzia Reuters è la prima ad avere un inviato speciale all’interno di SL. Si tratta di Adam Reuters, naturalmente un avatar che impersona un giornalista vero, Adam Pasick, reporter di Reuters che si occupa di nuove tecnologie. E le notizie non mancano.
E poi, tra le tante storie di SL, ho scovato quella di Ninette Newall (Linette nella vita reale), una storia strana, ma in SL forse non troppo. Lei vive ad Aarhus – seconda città della Danimarca – e parallelamente alla sua attività di educatrice di bambini svolge in SL quella di prostituta di lusso. Il boss è un’americana che ha costruito un vero impero della prostituzione: 53 prostitute virtuali, negozi, case d’appuntamento. Linette ha comprato un nuovo avatar, un corpo scultoreo da modella, accessori, acconciature, gioielli, scarpe, “è stato un investimento all’inizio”, – mi dice – “ma poi ho iniziato a guadagnare. I clienti non mancano, e poi l’esperienza visiva del sesso in SL è piuttosto realistica”. Purtroppo Linette è stata licenziata qualche giorno fa dal suo boss perché si era fatta pubblicità senza autorizzazione. “Ora non mi va più di prostituirmi, credo che aprirò una galleria d’arte e disegnerò vestiti da vendere in SL”. Già. In SL non esistono i sindacati, è forse qualcuno ci sta già pensando…


BOX 1 – La proprietà virtuale finisce in tribunale

• Quelli di Linden Lab sostengono di mantenere la proprietà di tutto, senza tener conto della “proprietà intellettuale correlata alle cose sviluppate o possedute dagli utenti", Si legge nei Terms of Service del contratto che sono in contrasto con la comunicazione pubblicitaria di Second Life. “Entra nella storia acquistando terreni e sviluppando elementi tuoi su SL. Il prezzo e le tasse sono semplici: paghi 9,95 dollari al mese più una tassa demaniale proporzionata alla grandezza del terreno posseduto".

• Inevitabile che con il crescere del valore delle attività in Second Life cresca anche la voglia di alcuni di contestare la "leadership" di Linden Lab e far valere le proprie ragioni in tribunale. Ma è un terreno del tutto nuovo e gli esperti di legge non si sbilanciano. "Per quanto riguarda le proprietà nei mondi virtuali, lo status legale non è ancora chiaro", ha dichiarato F. Gregory Lastowka, docente di Legge della rinomata Rutgers University.

• Lo scorso maggio un tale Bragg ha deciso di denunciare in Pennsylvania Linden Lab e Rosedale per la violazione di un contratto d'asta legato ad un terreno (virtuale), per frode e per la violazione delle leggi dello Stato sulla pratica commerciale nonché per non aver rispettato i diritti dei consumatori. Secondo Bragg, Linden Lab non aveva alcun diritto di congelare il suo asset virtuale di 8mila dollari e di rifiutarsi di rimborsarlo. Di contro, la nota media company ha risposto che l'acquisto delle proprietà è avvenuto sfruttando un trucchetto nel codice del software.

• Insomma, tutti con il fiato sospeso per l'esito della querelle legale. Una vittoria della Linden Lab farebbe crollare i prezzi immobiliari su Second Life: la "proprietà" fondamentalmente verrebbe considerata solo virtuale e senza effetti sul mondo reale. Se invece Bragg dovesse vincere, tutte le media company che dispongono di mondi virtuali commerciali sarebbero obbligate a rimettere in discussione le loro norme, aprendo di fatto la strada al "diritto virtuale" del consumatore. Virtualmente, una rivoluzione.



BOX 2 – La Svezia apre una ambasciata in SL

• E’ la fine di gennaio 2007. Per la prima volta il Governo di un paese democratico decide di utilizzare la visibilità e l'interazione garantita dalla presenza nel metamondo di Second Life creando un’ambasciata virtuale, un distaccamento diplomatico e di servizio che a breve troverà a posto su un’isola dedicata nel celeberrimo ambiente elettronico.

• A darne notizia è “The Local”, giornale di Stoccolma che riprende le dichiarazioni di alti funzionari dell’Istituto Svedese, agenzia del ministero degli Esteri del paese: “Stiamo pianificando di stabilire un’ambasciata svedese in Second Life, essenzialmente per farne un portale di informazione sulla Svezia”.

• Com'è ovvio non sarà questa l'ambasciata dove poter ottenere permessi di soggiorno o, per i paese non europei, visti di ingresso. Ma sarà a disposizione dei molti milioni di frequentatori del metamondo per fornire informazioni sul paese.

• Tra le informazioni che saranno messe a disposizione, c’è una sorta di piccola storia dell’Ikea, dalle origini ai nostri giorni e c’è chi giura che Ikea sia fortemente intenzionata a entrare nel metamondo con una serie di punti vendita di componenti di arredamento virtuali. Col rischio che il mondo reale assomigli sempre di più a quello virtuale.


BOX 3 – Antonio Di Pietro approda sull’isola di Second Life

Un po’ spettrale quella bandiera piantata per storto su un’isola virtuale corredata di palme virtuali, ma è questo il primo passo del politico italiano nella corsa alla conquista di uno spazio di visibilità nella dimensione parallela di SL.

“Italia dei Valori”, la compagine politica di Antonio Di Pietro, che per primo tra i politici italiani ha imparato a sfruttare le potenzialità di YouTube per dialogare e comunicare le sue idee ai cittadini, darà presto un aspetto meno selvaggio alla sua personale isola.

Il lembo di terreno virtuale sarà infatti attrezzato con uffici, sale conferenze e punti informativi sulle iniziative dell’Italia dei Valori. Sull’isola i visitatori in futuro saranno accolti da persone dell’Italia dei Valori attraverso la loro rappresentazione virtuale. L’isola sarà inoltre utilizzata per incontri sia interni che con i giornalisti.

Insomma, chi sarà il prossimo Robinson Crusoe della politica italiana?

mercoledì 21 febbraio 2007

Chiedere la grazia suonando e... bestemmiando

Un rito antichissimo che si perde nella notte dei tempi, si ripete ogni anno, e ha a che fare con la musica popolare. Ho scritto questo articolo per una mostra fotografia sul pellegrinaggio di Vallepietra, nel Lazio. Dopo aver visto le foto, devo assolutamente andarci...

Vallepietra. Storia di un pellegrinaggio eretico
Una mostra fotografica per documentare un misterioso culto del Centroitalia
Di Gianni Ventola Danese
Pubblicato su "Liberazione" del 4/2/2007

Si tramanda in Italia, nei Monti Simbruini ai confini tra Lazio e Abruzzo, un rito, un culto, un pellegrinaggio. È quello dedicato alla cosiddetta “Santissima”, o alle “Treppe” per usare una locuzione radicata nella memoria popolare. Ogni anno, la domenica dopo Pentecoste, sempre a cavallo di una notte di plenilunio, accade qualcosa di straordinario la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Non è ancora chiaro cosa accadde in questo luogo, migliaia di anni fa, chi o cosa si manifestò, quale fu l’origine di un rito arcaico e misterioso, ma una cosa è certa, quel posto c’è ancora ed è rimasto uguale, o quasi, a come lo si poteva vedere migliaia di anni fa. È una parete di roccia che si apre sul fianco meridionale del monte Autore (mt. 1853), vertiginosa, trecento metri di roccia strapiombante che farebbero la felicità di qualsiasi appassionato di free-climbing, alla cui base, lungo una sottile cengia, si trovano alcune piccole grotte. Ciò che si venera si trova in uno di quegli antri.
All’inizio non sembra una grotta. Ciò che si vede è soltanto la piccola facciata di una modesta chiesetta, un santuario, il cui corpo affonda nella roccia bianca della parete. Ma l’interno di quella minuscola cattedrale engloutie è la nuda roccia della montagna. Qui appare un affresco antichissimo, dipinto intorno al 1150 d.C, raffigurante una Santissima Trinità molto particolare, perché composta da tre figure identiche, sedute e benedicenti alla maniera greca.
Sono 30mila i pellegrini che in quella notte di plenilunio si recano a rendere omaggio a questa icona eretica. Perché di questo si tratta. La Chiesa ufficiale non ha mai riconosciuto il rito, né l’immagine sacra della Trinità di Vallepietra così distante da quella ufficiale. La Chiesa, piuttosto, si è sempre limitata ad assecondare e in qualche modo a gestire quello che ancora oggi si presenta come il più grande pellegrinaggio eretico d’Italia.
Un pellegrinaggio che è cambiato nella storia e che soprattutto è ora documentato attraverso una lunga serie di scatti esposti fino al 18 febbraio presso L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i beni e le Attività Culturali, presso la suggestiva Chiesa delle Zitelle, in Via di San Michele a Ripa 18 (www.fedetradizione.it). Fotografie dal 1881 al 2006 che rappresentano non solo un prezioso lavoro di antropologia culturale a disposizione della comunità scientifica, ma anche una testimonianza visiva che in qualche modo interpreta e cerca di trovare il senso profondo di un evento che si ripete nei secoli.
Protagoniste dell’evento sono le compagnie dei pellegrini, gruppi assolutamente indipendenti dalla Chiesa (al contrario delle confraternite) che in completa autonomia si mobilitano per il rito. Le compagnie di pellegrini arrivano: dal Lazio, dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Campania, la domenica dopo Pentecoste per la festa della Santissima Trinità e per quella di Sant’Anna (26 luglio), coi loro stendardi, le provviste per passare la notte, i sacchi a pelo, le coperte, donne, bambini, intere famiglie, le generazioni si intersecano come si sovrappongono i canti devozionali che ogni compagnia intona in precisi momenti del rito. Ed proprio questo uno degli aspetti più simbolici del pellegrinaggio la cui dimensione rituale, completamente autonoma, ha dato vita a una serie di rituali paraliturgici assai eterogenei. Ogni compagnia ha i suoi strumenti (come ad esempio le trombe della compagnia di Anagni), lo stesso canto può essere variato, modificato, le compagnie si competono il primato per fare emergere il proprio canto e il panorama sonoro che ne scaturisce è impressionante, quasi a ricordare le composizioni corali di Ligeti: pura esperienza mistica.
La festa è un culto notturno. All’imbrunire la montagna si accende di centinaia di fuochi, i pellegrini bivaccano, pregano, cantano, suonano i tipici strumenti della tradizione popolare: la zampogna, la fisarmonica, i fiati. Gli stretti e ripidi sentieri traboccano di anime. Molti rimangono giù a valle, si fermano nella chiesa parrocchiale di Vallepietra. Anche per le vie del paese si fa festa. La vigilia è suggellata da una processione e le vie del paese diventano dormitorio a cielo aperto per coloro che riprenderanno il cammino solo l’indomani.
Una volta raggiunto il santuario le compagnie, che si fanno distinguere per un fazzoletto che portano al collo, si ordinano sotto i loro vessilli, ed è ora che il canto si fa più forte, come un’onda monta e sommerge ogni cosa. Il transito davanti all’immagine sacra si fa a piedi scalzi, nudi, alcuni in ginocchio. Non vi è più contatto con la liturgia ufficiale, e la ritualità assume forme arcaiche che spesso hanno irritato le gerarchie ecclesiastiche. Tra questi comportamenti sopravvivono le richieste di grazia in forma radicale, a suon di insulti verso il santo, tra accessi isterici e spasmi.
Viva Viva sempre Viva / Quelle Tre Person Divine / Quelle Tre Person Divine / La Santissima Trinità. Questo il ritornello che si ripete in risposta a ogni strofa, come un mantra ipnotico ti entra dentro e ti accompagna per giorni e giorni. Perché? Perché anche chi non crede si emoziona fino alle lacrime? Perché accade tutto questo? Il rito termina con la rappresentazione della Passione di Cristo, detto il Pianto delle Zitelle, le giovani ragazze di Vallepietra, si tramandano il ruolo di generazione in generazione. Ma la carica di zitella si può ottenere anche per le doti vocali. Indossano tutte una veste bianca tranne una, la madonna, e intonano brevi arie dette misteri e, all’unisono a gruppi di tre, frammenti volgarizzati del Miserere.
Fede e tradizione si fondono, si sovrappongono, ciò che si faceva per fede ora forse lo si fa solo per tradizione, ma per molti l’itinerario è inverso. Come afferma Paola Elisabetta Simeoni, curatrice della mostra insieme al fotografo Angelo Palma, “le origini di questo rito si perdono a oriente, nei culti dedicati a Iside e Osiride, forse addirittura in un rito semitico. Ci sono tutti gli elementi di un rito antichissimo, la triade, la percezione femminile, il culto verso una Grande Madre Terra, aspetti legati ai culti della vegetazione e dei defunti”.
Ma basta un secolo e mezzo di testimonianze fotografiche per capire come cambia nella storia un rito così antico. Molte di questi scatti sono inediti. Quelli di Cesare Pascarella, rinvenuti in un Fondo custodito dall’Accademia dei Lincei. Quelli di Emilio Cecchi, critico letterario fondatore della “Ronda”, pubblicati solo nel 1934. E poi ci sono le foto di Luciano Morpurgo, già note ma solo nell’ambito della ricerca etnografica, e quelle provenienti dall’Archivio del Club Alpino Romano, datate fine Ottocento e anch’esse inedite.
Infine, una sezione consistente è quella ripresa dal fotografo Angelo Palma. Sono fotografie recenti che vanno dal 2003 al 2006. Emerge da questi scatti anche l’aspetto meno spirituale del pellegrinaggio, fatto di centinaia di bancarelle, venditori ambulanti, comitive di boyscout, souvenir, il canto delle Zitelle trasformato in musical. “Vendono di tutto, c’è un grande business intorno all’evento, ci puoi trovare anche la bancarella che vende i busti di Mussolini e il vino etichettato Dux”, – afferma il fotografo Angelo Palma, ma poi aggiunge,- “mi fermai una volta chiedendo come andassero le vendite del vino mussoliniano, niente da fare, mi rispose il mercante, qui si vende solo il vino di Che Guevara, sono tutti comunisti!”.

giovedì 1 febbraio 2007

Castagnari, una storia da raccontare

Il signore qui a fianco è Massimo Castagnari, uno che gli organetti li sa fare (...sì, questa è una delle sue tipiche facce). E' un amico e una brava persona, anche se quando gliene ordino uno me lo fa aspettare una vita!

Recentemente ho trovato il modo di coniugare la professione di giornalista con quella di musicista, scrivendo un articolo sui Castagnari, uscito su Liberazione del 26 novembre 2007. Lo riporto qui di seguito.


Castagnari, la “slow music” di Recanati
Storia, lenta, di una famiglia di costruttori di fisarmoniche
Di Gianni Ventola Danese

“Chiedo umilmente perdono, la vostra fisarmonica la suonerò anche in Paradiso. Con affetto. Tony Allasia”. Mi aveva colpito quel foglio ingiallito, quella calligrafia d’altri tempi, il luogo e la data: New York, 1920. Chiedere perdono, e per che cosa? Solo dopo ho scoperto la storia che ancora intatta viveva dietro quelle ingenue parole d’altri tempi. Era una storia di globalizzazione che poteva essere, e non è stata.
Tuttavia la globalizzazione che c’era agli inizi del Novecento è la stessa che c’è ora. Almeno per la famiglia Castagnari. Perché le loro fisarmoniche, o meglio gli organetti, quelle minute e magiche scatole musicali che solo loro sanno fare con quel suono, loro le mandano a suonare in giro per il mondo da quasi un secolo. Con lentezza inesorabile il meccanismo meraviglioso prende forma attraverso gesti, sospiri, silenzi. Il ritmo di produzione non è quello delle fabbriche. La lentezza, come per Kundera, qui è un valore assoluto. Si lavora solo su ordinazione. Così nel 1920 per fare una fisarmonica ci volevano ben quattro mesi, mentre oggi, nell’era di Internet, dell’automazione e delle nuove tecnologie, Sandro, con cortesia e uno spiccato accento marchigiano te lo dice senza esitazioni “qui ci vogliono almeno quattro mesi, te lo dico subito! Come quando c’era Giacomo, non è cambiato nulla”.
Il nonno Giacomo, è stato lui il mitico fondatore della ditta, nel 1914. Aveva iniziato costruendo armoniche insieme a Ida, sua moglie. Poi l’attività passa nelle mani di Mario, il terzo di cinque figli.
Non sono anni facili, ma le fisarmoniche fatte bene si vendono, forse perché l’Europa cerca di coprire con la musica i mormorii mortiferi che preparano le due grandi guerre. In un clima generale di povertà e analfabetismo, la famiglia Castagnari è piuttosto benestante: i ragazzi possono frequentare le scuole, una delle figlie si diploma maestra e Mario viene avviato allo studio della musica e della fisarmonica sotto la guida del maestro Giovanni Guzzini. Ci sa fare, Mario. Si usa ancora fare la serenata alle ragazze e lui si presta volentieri ad accompagnare con la fisarmonica i suoi compaesani. Ancora gira la voce che mezza Recanati si sia sposata grazie alle sue serenate.
Chi l’avrà suonata la serenata per Mario? Nessuno sa darmi una risposta… Giacinta diventa sua moglie nel 1948. Nascono quattro figli.
Il dopoguerra porta il boogie woogie, il rock’n roll, e poi quei bischeri dei Beatles. Arrivano tempi difficili in cui la fisarmonica da una parte sembra diventare uno strumento per pochi virtuosi e dall’altra, insieme all’organetto, viene identificata con la musica “minore”. Per restare a galla Mario progetta claviette e pianole, che si affiancano alle fisarmoniche sugli scaffali della bottega, e inizia a pensare a dei nuovi organetti a due e tre file.
Poi arriva quel giorno in cui bussa alla porta uno strano tipo coi baffi: è Marc Perrone, il grande suonatore francese di organetto. Anche se di origini italiane, è cocciuto come un francese. Vuole delle modifiche sugli strumenti, li vuole fatti in una certa maniera, vuole fare cose che prima non si facevano. Mario è una mente fertile, quella nuova ventata di creatività lo stimola a inventare, a lavorare e a provare fino a tarda notte, fino a quando quella parlata francese buffa e tranquilla non si esprime in un: ”Bravò Mariò! Mi sembra che ora vada bene”. Marc e Mario diventano amici sinceri e iniziano la loro collaborazione.
Dalla Francia piovono le richieste, l’organetto riprende vita, ritorna a suonare in tutta Europa, non solo in Francia. L’organetto è diventato uno strumento di punta della word music, raffinato strumento di sperimentazione. Oggi tutti i più importanti organettisti del mondo hanno tra le mani un Castagnari, tutti fatti a Recanati. E tutto senza pubblicità, marketing, strategie di mercato.
La fabbrica è anche casa. Non c’è separazione. Bussano in molti a quella piccola porta in via Risorgimento, e una volta aperta si apre un mondo. Non ti aspettare la catena di montaggio, qui la storia scorre tra le lime e le pialle a mano, perché anche il minimo gesto non è casuale, no, è figlio del lavoro e dell’impegno di generazioni. Mario se n’è andato nel 2004. Era amico di tutti, sempre pronto a parlare di tutto, ad ascoltare e a confrontarsi; la sua casa, come ora, era sempre aperta.
Ogni strumento ha dentro una storia, ed è una storia d’amore. E l’amore a volte fa fare cose strane come quella volta che Mario rifiutò più volte l’ordine di una fisarmonica. Accadde all’inizio degli anni Ottanta: costruì un organetto a otto bassi personalizzato per un suonatore ciociaro che, dopo pochi mesi, non contento della timbrica, lo fece prima modificare più volte da altri artigiani e poi lo vendette. Tempo dopo tornò alla porta di Mario per ordinare un nuovo strumento. Mario lo accolse con la sua proverbiale cortesia ed affabilità ma, nonostante il ciociaro si profuse in mille scuse per non aver saputo apprezzare lo strumento precedente e si fosse dichiarato disposto a pagare qualsiasi cifra un nuovo organetto, con la stessa affabilità e cortesia Mario gli rispose che riteneva impossibile fare uno strumento migliore del precedente. Il suonatore ciociaro rilanciò, offrì il doppio della cifra, ma non ci fu nulla da fare.
Sandro finisce il racconto e qualcuno bussa alla porta. Entra un signore esile dallo sguardo dolce. È Hector Ulisses Passerella, uno tra i più noti e virtuosi bandoneonisti argentini. Vive in Italia, proprio a Recanati. È lui che suona nella colonna sonora de Il Postino, l’ultimo film interpretato da Massimo Troisi. Porta in braccio il suo bandoneon, lo deve consegnare nelle mani di Sandro per una riparazione. Si ferma anche lui di fronte a quella strana lettera appesa nel laboratorio. “Chiedo umilmente perdono”. Sorride e passa oltre.
Era il 1920, in quell’anno viene combattuta l’ultima grande battaglia di cavalleria della storia, tra sovietici e polacchi. E intanto le fisarmoniche del capostipite Giacomo iniziano a varcare l’oceano. C’è un cliente a new York che ne ha sentito parlare un gran bene, ne ordina una, la paga e si mette ad aspettare. Incomincia a fare la spola tra casa sua e la banchina del porto, aspetta di vedere sbarcare quella cassa proveniente dall’Italia, marchiata Castagnari. Dopo un paio di mesi, non vedendo arrivare la fisarmonica, si sente raggirato. Entra con passo deciso nell’ufficio di polizia e sporge denuncia. Una denuncia che varca l’oceano e arriva a Recanati per mano di un carabiniere incredulo un mese dopo: “Signor Giacomo, che ha combinato? Perché non manda ‘sta fisarmonica in America?”. Quando il maggiordomo di Beethoven chiese con stupore perché la sonata opera 111 avesse solo due movimenti il compositore tedesco rispose “perché avevo finito l’inchiostro”. Forse suonò alla stessa maniera la risposta di Giacomo: “perché non l’ho ancora finita”. La terminò di costruire dopo quattro mesi, come suo solito. Portò personalmente la cassa alla dogana e la vide partire per New York. Della denuncia non ne seppe più nulla, ma sei mesi dopo arrivò quella lettera che ancora oggi ricorda a tutti che oggi come allora può esistere una globalizzazione che non è fatta dai mercati e dalle multinazionali, ma semplicemente dall’amore per il proprio lavoro e dall’onore delle persone.
“Chiedo umilmente perdono, la vostra fisarmonica la suonerò anche in Paradiso. Con affetto. Tony Allasia. New York. 6 dicembre 1920”.