giovedì 21 febbraio 2008

Iron Scottish

Quando ho ascoltato Iron Scottisch ho capito che la musica popolare sta subendo una vera trasformazione. Una trasformazione che asseconda un fenomeno che emerge in più paesi: la riscoperta dei balli popolari da parte dei giovanissimi, una riscoperta che coincide anche con l'invenzione di nuovi contesti sociali nei quali le danze popolari prendono forma.

Aedo suona spesso ai Boombal in Belgio (ne ho scritto in un articolo), veri e propri rave a base di musica folk, e si tratta di una formazione veramente interessante da ascoltare. E' questione di gusti, si sa, ma mettere insieme sonorità rock, hard-rock, e organetto non è proprio da tutti. Ma il risultato è ascoltabile e la voglia di ballare non si fa attendere. In fondo loro suonano proprio per questo.

Ascoltate Bouglet Bloume, il suddetto Iron Schottishe e ancora Bourrè Anthee, e sentirete l'organetto interloquire con assoli di chitarra elettrica. Lei, l'organettista, si chiama Klaas Keymolen. Come rock non è certo il massimo, come musica popolare nemmeno. E' qualcosa che sta nel mezzo.

E' un rock buono, fa il bullo ma alla fine ha il cuore tenero. Si potrebbe tentare forse di renderlo più cattivo applicando un distorsore all'organetto? Questo è il loro spazio MySpace.

Buon ascolto, e pogate con cautela...

martedì 19 febbraio 2008

Fantastica Sinfonia Fantastica

Berlioz. Il pentagramma come arma del delitto
Di Gianni Ventola Danese
Liberazione, 17.2.2008

Una personalità geniale, eccentrica, contraddittoria. Così Hector Berlioz veniva ricordato dai suoi contemporanei, soprattutto dai musicisti che in lui vedevano la “reincarnazione” di Beethoven. I capelli arruffati, lo sguardo torvo, occhi scuri capaci di illuminarsi improvvisamente sospinti da una balenante visione musicale.
Perché è proprio dalla visione, o meglio, dall’incontro tra visione, scenografie immaginifiche e musica che nasce il capolavoro della produzione del compositore francese: la Symphonie Fantastique opus 14 (Sinfonia Fantastica), scritta dall’autore nel 1830. Un testo musicale polimorfo e complesso nel quale Hector sperimenta nuove tecniche compositive e inediti colori orchestrali che domineranno la musica descrittiva del suo secolo, giungendo a influenzare fortemente la musica delle colonne cinematografiche del Novecento. Un’opera intensa, sofferta, dietro la quale si nasconde, ma neanche tanto, la vicenda autobiografica dell’artista e di una donna, Harriet Smithson, che sposerà il compositore 5 anni dopo il loro incontro.
Berlioz la incontra per la prima volta nel 1827. Lei, attrice, recita l’Amleto a Parigi con una compagnia inglese. Il musicista viene folgorato e, irrimediabile, nasce la passione amorosa, a quanto pare inizialmente non corrisposta, verso l’attrice inglese, affascinante, capricciosa e nevrotica. Da questa tormentata storia d’amore, dalle sofferenze che ne scaturiscono e, si dice, dall’uso abbondante di oppio a cui fece ricorso il compositore per lenire le sue sofferenze, che nascono i cinque quadri della Sinfonia dal significativo sottotitolo “Episodi della vita di un artista”. Una composizione dal sapore decisamente autobiografico, quasi la colonna sonora delle deliranti visioni di un amante non corrisposto. La composizione, scritta di getto, con l’impeto tipico di un giovane ventisettenne, emerge chiaramente da una situazione psicologicamente drammatica e lacerante dello stesso autore.
In questa Sinfonia, che può apparire più come un gigantesco Poema Sinfonico di narrativa libera, il compositore rivive e ripercorre la sua tormentata storia d'amore con la donna. A parte la formulazione in cinque tempi e la sua inusuale e lunga durata (circa un’ora di musica), la Sinfonia presenta una massiccia e quanto variegata orchestrazione, quasi sperimentale secondo la tendenza del maestro francese: un ottavino, due flauti, due oboi, un corno Inglese, un clarinetto piccolo, due clarinetti, quattro fagotti, quattro corni, due cornette, due trombe, tre tromboni, due oficleidi (strumenti a fiato oggi quasi in disuso nelle orchestre), quattro timpani, una gran cassa, un tamburo, piatti, due campane, quattro arpe, e la solita nutrita famiglia degli archi.
Ognuno dei cinque movimenti è accompagnato da un titolo che ne riassume il significato. Il primo movimento porta il titolo di Sogni e Passioni e sembra dichiarare il programma estetico della composizione. Il tempo è caratterizzato da un’introduzione lenta che sfocia presto nel tema principale, pieno di impeto ma, anche, dotato di continui cambiamenti di ritmo. Il compositore mette in scena non solo la sua storia amorosa, i sui sentimenti, ma anche il tormento, l’angoscia e le visioni apocalittiche che ne derivano. Il secondo movimento si intitola Il Ballo. Qui Berlioz sogna di incontrare la sua amata ad una festa. Si tratta di uno dei valzer sinfonici più celebri della storia della musica. Il tre quarti coreutico si gonfia di pathos, acquista potenza di battuta in battuta: è la misteriosa quanto meravigliosa nascita del sentimento d’amore.
Scena Campestre è il titolo del terzo movimento. Il tempo è un “adagio” che si mantiene su un ritmo molto lento che fa leva soprattutto sugli strumenti a fiato e su una dolce malinconia. Il musicista ha una visione pastorale dei suoi sentimenti ed emerge prepotentemente l’influenza della Sinfonia Pastorale di Beethoven. Come nella partitura del tedesco, nel finale del lungo movimento oscuri presagi si addensano sulla vicenda d’amore. Un rullo di timpani chiude il movimento annunciando un radicale cambiamento di scenario.
È il quarto movimento, uno dei momenti più profondi e suggestivi della Sinfonia. Il titolo, non proprio tra i più dolci per una musica che parla d’amore, è Marcia al Supplizio, basato tutto sugli strumenti a percussione. Come recita il programma della Sinfonia, scritto dallo stesso autore, qui il musicista immagina di avere assassinato la sua amata, e di essere per questo condannato a morte. Berlioz mette in scena la sua condanna a morte. La musica è un incedere drammatico che scandisce il percorso verso il patibolo. La grancassa batte inesorabile, le linee melodiche discendenti portano verso la terra, il senso della morte è più cinematografico che mai.
Il finale porta il titolo di Sogno di una Notte di Sabba Infernale. Ci troviamo di fronte alla parte più bella dell’intero lavoro. Lo schema compositivo è assolutamente originale: dopo una prima parte frenetica, rimarcata dai violini a ritmo serrato, ecco il rintocco delle campane che suonano a morto e il lugubre tema principale portato avanti dai fiati, cui fanno seguito gli altri strumenti in un’atmosfera quasi irreale, sospesa, onirica. Il compositore immagina di incontrare l'amata in una Sabba Infernale con tanto di streghe, stregoni, ombre, misteri e danze grottesche di ogni genere. Si tratta senza dubbio dell’opera di un uomo ossessionato da alcune visioni e tormentato da una storia sentimentale finita male ma è, sicuramente, anche l’espressione più genuina dell’animo di un artista che, non trovando riscontri e apprezzamenti nei contemporanei, anticipa la musica moderna e apre nuovi orizzonti sul piano del sinfonismo tardo ottocentesco.

lunedì 18 febbraio 2008

Marc & Jean

Marc Perrone. Un punto di riferimento per tutti i fisarmonicisti diatonici, per tutti i musicisti probabilmente, dato il suo inconfondibile stile e la liricità delle sue composizioni. Voglio fargli un piccolo omaggio, così, come se fosse il suo compleanno.

La sua origine è chiaramente italiana, ma è nato a nel 1951 à Villejuif. La sua formazione è essenzialmente quella di un autodidatta. Protagonista del rinnovamento, della riscoperta e dell'evoluzione tecnica dello strumento, Perrone suona oggi un organetto a quattro file, progettato e pensato insieme a Mario Castagnari.

Con questo tipo di organetto riesce a interpretare agevolmente musica tradizionale, ma anche a riscoprire le più note chansons françaises e proponendosi in alcune incursioni nell'improvvisazione jazz.

Appassionato di cinema, si rivolge alla composizione di alcune colonne sonore dopo l'incontro con Bernard Favre agli inizi degli anni Ottanta. In particolare, ha collaborato soprattutto per Bertrand Tavernier e Jean Renoir. Sarà lo stesso Tavernier a dichiarare a proposito di Perrone: "Un musicien magnifique, voyageur dans le temps et réparateur de mémoire. Peut-être parce qu'il sait le prix et la valeur des rêves?".

Il valore dei sogni, già. Un valore che in pochissimi conoscono... Bellissimo, lo lascio in francese perchè "réparateur de mémoire" è una definizione stupenda, forse quella che ogni musicista vorrebbe.

Qui propongo un video che ritrae Perrone in duo con il mito Jean Corti, alla fine Trois petit note de musique, e tutto il pubblico che canta.



Qui sotto una versione discografica di Trois petit note de musique registrata dallo stesso Perrone. Un brano bellissimo e rilassante, lo yoga dell'organetto. Buon ascolto. Ah, dimenticavo, come sentirete, in Francia su questo pezzo si canta sempre...


venerdì 15 febbraio 2008

k.e.s.stagnari

Ho sempre percepitpo che nei miei organetti Castagnari albergava un demone rock, soprattutto in quei momenti in cui una mazurka del Berry mi si trasformava tra le mani in un pezzo dei Pink Floyd. E ora ho capito il perchè!

E' tutta colpa di Andrea Castagnari (a destra nella foto). E' lui che accorda i miei organetti. Ci siamo visti poco più di una settimana fa in quella stanzetta magica dove lavora, a Recanati: su quell'ermo colle nasce il suono degli organetti Castagnari.

E' lui il leader dei K.e.s (non chiedetemi cosa significhi l'acronimo), una formazione rock di grande qualità, è sua la voce molto bella, è lui che tra un organetto e l'altro scappa in sala d'incisione a immolare il suo talento musicale sull'altare del rock. Con tanto di coro "Shalla lalla uh uh!". Bellissimo.

Hanno proprio un bel tiro, bel sound (si dice così in italiano, no?). Ascoltateli, sono appena usciti con il cd Il rumore delle cose, una bella autoproduzione. Non sentirete neanche un organetto ma sentirete comunque un Castagnari!

mercoledì 13 febbraio 2008

La lumaca corre veloce

Un po' Yann Tiersen, un po' Nymann, ma soprattutto, Alessandro Pipino. E' una bella scoperta il nuovo lavoro di questo musicista barese, una autoproduzione molto ben curata e registrata a nome del Quartetto Escargot con il titolo Corri. Avevo già anticipato qualcosa in un post precedente, mi sono preso il tempo per ascoltare e riascoltare il disco. Mi sono accorto che riascoltare questo disco non stanca, anzi è un piacere.

In Italia è nato un nuovo organettista che non tenta di imitare Norbert Pignol o Riccardo Tesi. Con Alessandro Pipino nasce in Italia un nuovo modo di intendere l'organetto, forse non completamente inedito in Francia e in altre nazioni, ma sicuramente portatore di una ventata di aria fresca nel belpaese organettistico. Anche perchè Pipino non è solo un organettista, è un musicista.

Dietro il lavoro di Pipino non c'è solo una musicalità innata, un grande senso della forma e della frase melodica, ma c'è anche ricerca timbrica, sperimentazione di accostamenti tra strumenti inusuali, una sapiente capacità di arrangiamento e, anche, non dimentichiamolo, altri tre musicisti di ottimo livello: Massimo La Zazzera (fiati e percussioni), Stefania Ladisa (violino e viola) e Adolfo La Volpe (chitarre e basso).

Un bel disco, veramente. Mi sono chiesto, ce l'ha un difetto? Si sa, una critica non è una critica genuina se risulta completamente positiva. Il disco è un lavoro di brani eleganti, sobri, misurati, "per bene", forse troppo "per bene". Le idee musicali sono folgoranti, originali, ma qualche volta si percepisce la mancanza di un ulteriore sviluppo. Forse alle volte manca quel qualcosa capace di stupire, di spiazzare. Forse. E' solo una mia impressione, che non entra comunque in dissonanza con il grande apprezzamento per le composizioni di Alessandro Pipino.

E poi, secondo il mio parere, ci sono assoluti capolavori. Ascoltare brani come Magida, In Cammino, ed Erde den Dinge (dove Pipino compone per piano solo alla maniera di Nymann) significa tuffarsi in un universo di emozioni e percepire la grande cura formale con il quale è stato confezionato il lavoro. La mia preferita? Direi Come le Foglie, un geniale brano in Re minore, una tonalità poco frequentata dagli organettisti.

E poi mi sono fatto un'altra domanda. Con tutta la robaccia pubblicata in disco, neo-folk, neo-trad, pseudo trad-folk, folk-rock, pizzica-punk e chi più ne ha più ne metta, possibile che in Italia non ci sia stata una casa discografica, anche piccola, disposta a pubblicare questo bellissimo lavoro?

I brani, non tutti, si possono ascoltare sullo spazio MySpace del Quartetto. Ve lo consiglio, depurate le vostre orecchie, fateci un salto.

domenica 10 febbraio 2008

Zonzon

Non conosco molte persone che sanno suonare questo pezzo (a dir la verità ne conosco una che mi ha detto che lo sta studiando...). Si tratta di Zonzon, una composizione di Bruno Le Tron. E' molto difficile, cambia tonalità un paio di volte, si usa spesso la terza fila, i bassi sono complessi. Un vero e proprio studio per organetto, una sorta di esercizio di tecnica esecutiva.

La melodia è anche molto bella, e allora faccio i complimenti tre volte. A Le Tron che lo ha composto, all'organettista francese che lo suona in questo video, e a tutti coloro che lo hanno studiato o lo stanno studiando. E vi invidio anche un po'...



Post Scriptum.
Chi volesse la partitura mi scriva!