giovedì 1 febbraio 2007

Castagnari, una storia da raccontare

Il signore qui a fianco è Massimo Castagnari, uno che gli organetti li sa fare (...sì, questa è una delle sue tipiche facce). E' un amico e una brava persona, anche se quando gliene ordino uno me lo fa aspettare una vita!

Recentemente ho trovato il modo di coniugare la professione di giornalista con quella di musicista, scrivendo un articolo sui Castagnari, uscito su Liberazione del 26 novembre 2007. Lo riporto qui di seguito.


Castagnari, la “slow music” di Recanati
Storia, lenta, di una famiglia di costruttori di fisarmoniche
Di Gianni Ventola Danese

“Chiedo umilmente perdono, la vostra fisarmonica la suonerò anche in Paradiso. Con affetto. Tony Allasia”. Mi aveva colpito quel foglio ingiallito, quella calligrafia d’altri tempi, il luogo e la data: New York, 1920. Chiedere perdono, e per che cosa? Solo dopo ho scoperto la storia che ancora intatta viveva dietro quelle ingenue parole d’altri tempi. Era una storia di globalizzazione che poteva essere, e non è stata.
Tuttavia la globalizzazione che c’era agli inizi del Novecento è la stessa che c’è ora. Almeno per la famiglia Castagnari. Perché le loro fisarmoniche, o meglio gli organetti, quelle minute e magiche scatole musicali che solo loro sanno fare con quel suono, loro le mandano a suonare in giro per il mondo da quasi un secolo. Con lentezza inesorabile il meccanismo meraviglioso prende forma attraverso gesti, sospiri, silenzi. Il ritmo di produzione non è quello delle fabbriche. La lentezza, come per Kundera, qui è un valore assoluto. Si lavora solo su ordinazione. Così nel 1920 per fare una fisarmonica ci volevano ben quattro mesi, mentre oggi, nell’era di Internet, dell’automazione e delle nuove tecnologie, Sandro, con cortesia e uno spiccato accento marchigiano te lo dice senza esitazioni “qui ci vogliono almeno quattro mesi, te lo dico subito! Come quando c’era Giacomo, non è cambiato nulla”.
Il nonno Giacomo, è stato lui il mitico fondatore della ditta, nel 1914. Aveva iniziato costruendo armoniche insieme a Ida, sua moglie. Poi l’attività passa nelle mani di Mario, il terzo di cinque figli.
Non sono anni facili, ma le fisarmoniche fatte bene si vendono, forse perché l’Europa cerca di coprire con la musica i mormorii mortiferi che preparano le due grandi guerre. In un clima generale di povertà e analfabetismo, la famiglia Castagnari è piuttosto benestante: i ragazzi possono frequentare le scuole, una delle figlie si diploma maestra e Mario viene avviato allo studio della musica e della fisarmonica sotto la guida del maestro Giovanni Guzzini. Ci sa fare, Mario. Si usa ancora fare la serenata alle ragazze e lui si presta volentieri ad accompagnare con la fisarmonica i suoi compaesani. Ancora gira la voce che mezza Recanati si sia sposata grazie alle sue serenate.
Chi l’avrà suonata la serenata per Mario? Nessuno sa darmi una risposta… Giacinta diventa sua moglie nel 1948. Nascono quattro figli.
Il dopoguerra porta il boogie woogie, il rock’n roll, e poi quei bischeri dei Beatles. Arrivano tempi difficili in cui la fisarmonica da una parte sembra diventare uno strumento per pochi virtuosi e dall’altra, insieme all’organetto, viene identificata con la musica “minore”. Per restare a galla Mario progetta claviette e pianole, che si affiancano alle fisarmoniche sugli scaffali della bottega, e inizia a pensare a dei nuovi organetti a due e tre file.
Poi arriva quel giorno in cui bussa alla porta uno strano tipo coi baffi: è Marc Perrone, il grande suonatore francese di organetto. Anche se di origini italiane, è cocciuto come un francese. Vuole delle modifiche sugli strumenti, li vuole fatti in una certa maniera, vuole fare cose che prima non si facevano. Mario è una mente fertile, quella nuova ventata di creatività lo stimola a inventare, a lavorare e a provare fino a tarda notte, fino a quando quella parlata francese buffa e tranquilla non si esprime in un: ”Bravò Mariò! Mi sembra che ora vada bene”. Marc e Mario diventano amici sinceri e iniziano la loro collaborazione.
Dalla Francia piovono le richieste, l’organetto riprende vita, ritorna a suonare in tutta Europa, non solo in Francia. L’organetto è diventato uno strumento di punta della word music, raffinato strumento di sperimentazione. Oggi tutti i più importanti organettisti del mondo hanno tra le mani un Castagnari, tutti fatti a Recanati. E tutto senza pubblicità, marketing, strategie di mercato.
La fabbrica è anche casa. Non c’è separazione. Bussano in molti a quella piccola porta in via Risorgimento, e una volta aperta si apre un mondo. Non ti aspettare la catena di montaggio, qui la storia scorre tra le lime e le pialle a mano, perché anche il minimo gesto non è casuale, no, è figlio del lavoro e dell’impegno di generazioni. Mario se n’è andato nel 2004. Era amico di tutti, sempre pronto a parlare di tutto, ad ascoltare e a confrontarsi; la sua casa, come ora, era sempre aperta.
Ogni strumento ha dentro una storia, ed è una storia d’amore. E l’amore a volte fa fare cose strane come quella volta che Mario rifiutò più volte l’ordine di una fisarmonica. Accadde all’inizio degli anni Ottanta: costruì un organetto a otto bassi personalizzato per un suonatore ciociaro che, dopo pochi mesi, non contento della timbrica, lo fece prima modificare più volte da altri artigiani e poi lo vendette. Tempo dopo tornò alla porta di Mario per ordinare un nuovo strumento. Mario lo accolse con la sua proverbiale cortesia ed affabilità ma, nonostante il ciociaro si profuse in mille scuse per non aver saputo apprezzare lo strumento precedente e si fosse dichiarato disposto a pagare qualsiasi cifra un nuovo organetto, con la stessa affabilità e cortesia Mario gli rispose che riteneva impossibile fare uno strumento migliore del precedente. Il suonatore ciociaro rilanciò, offrì il doppio della cifra, ma non ci fu nulla da fare.
Sandro finisce il racconto e qualcuno bussa alla porta. Entra un signore esile dallo sguardo dolce. È Hector Ulisses Passerella, uno tra i più noti e virtuosi bandoneonisti argentini. Vive in Italia, proprio a Recanati. È lui che suona nella colonna sonora de Il Postino, l’ultimo film interpretato da Massimo Troisi. Porta in braccio il suo bandoneon, lo deve consegnare nelle mani di Sandro per una riparazione. Si ferma anche lui di fronte a quella strana lettera appesa nel laboratorio. “Chiedo umilmente perdono”. Sorride e passa oltre.
Era il 1920, in quell’anno viene combattuta l’ultima grande battaglia di cavalleria della storia, tra sovietici e polacchi. E intanto le fisarmoniche del capostipite Giacomo iniziano a varcare l’oceano. C’è un cliente a new York che ne ha sentito parlare un gran bene, ne ordina una, la paga e si mette ad aspettare. Incomincia a fare la spola tra casa sua e la banchina del porto, aspetta di vedere sbarcare quella cassa proveniente dall’Italia, marchiata Castagnari. Dopo un paio di mesi, non vedendo arrivare la fisarmonica, si sente raggirato. Entra con passo deciso nell’ufficio di polizia e sporge denuncia. Una denuncia che varca l’oceano e arriva a Recanati per mano di un carabiniere incredulo un mese dopo: “Signor Giacomo, che ha combinato? Perché non manda ‘sta fisarmonica in America?”. Quando il maggiordomo di Beethoven chiese con stupore perché la sonata opera 111 avesse solo due movimenti il compositore tedesco rispose “perché avevo finito l’inchiostro”. Forse suonò alla stessa maniera la risposta di Giacomo: “perché non l’ho ancora finita”. La terminò di costruire dopo quattro mesi, come suo solito. Portò personalmente la cassa alla dogana e la vide partire per New York. Della denuncia non ne seppe più nulla, ma sei mesi dopo arrivò quella lettera che ancora oggi ricorda a tutti che oggi come allora può esistere una globalizzazione che non è fatta dai mercati e dalle multinazionali, ma semplicemente dall’amore per il proprio lavoro e dall’onore delle persone.
“Chiedo umilmente perdono, la vostra fisarmonica la suonerò anche in Paradiso. Con affetto. Tony Allasia. New York. 6 dicembre 1920”.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

L'elogio alla lentezza mi sembra l'aspetto più importante della vita di un organettista. Quando impari un pezzo, ti coltivi il suono e poi gli dai espressione. Quando cominci a comnicare con il tuo strumento, lentamente cominci a sentire il ritmo percussivo della madreperla che ti appartiene sempre di più. Io non ho aspettato per avere il mio Cstagnari. Fortuna ha voluto che una persona cara abbia deciso di cedermelo. E, come dice Woody Allen , 'nella vita a volte è più importante avere fortuna che talento'. In una settimana, forse meno, sono entrata in possesso del mio compagno, uguale a tanti altri, ma diverso perché mio, e riconoscibile per il piccolo occhio d'Allah appeso ad una cinghia. Tutto il resto..son storie da inventare, con calma, lentamente, a tempo di valzer francese.

Gaetano ha detto...

che bellissima storia!

susi ha detto...

Davvero una storia bellissima... Anch'io ho dovuto aspettare un'estate e più per avere il mio organetto, per fortuna potevo suonare un po' con quelli del mio insegnante!

Anonimo ha detto...

bellissima storia,io ke sto iniziando a conoscere questo strumento la confermo.....portiamo avanti una tradizione......

Mario Galasso ha detto...

Ho scoperto questo blog adesso. Anche io ho voluto aggiungere un mod. Wielly alla mia già nutrita serie di organetti, ho aspettato 8 mesi, ma alla fine ne sono restato contento, sebbene per fugare qualche dubbio sono andatto a ritirarmelo a Recanati. Devo dire che i fratelli Castagnari sono sempre prodighi di consigli, istruzioni e pareri, e quindi si può personalizzare fino a un certo punto il proprio strumento. Non oltre perchè le loro ferre leggi di mercato ti tagliano le gambe. Come hanno fatto Totore Chessa, Riccardo Tesi, Di Nonno e gli altri a farsi fare quello che volevano è un mistero.