martedì 6 marzo 2007

Daniel Denécheau, un genio!

Ci ero capitato per caso, qualche anno fa, sul sito di Daniel Denécheau, senza particolari emozioni avevo spulciato le poche cose presenti in quel piccolo e trascurato angolo di web.

Nessun file audio da scaricare, nessun cd da comprare, insomma, non potei farmi nemmeno una idea della sua musica.

Poi sono incappato per caso in un brano di Daniel su YouTube. In un video ho ascoltato un brano molto bello (suonato da un anonimo e bravo organettista). Che dire? Il brano è fantastico!

Molto particolare e molto semplice, a riprova che i più bei pezzi per organetto sono semplici e lineari, ma anche ricco di armonie jazzistiche con accordi di settima e di nona.

Non ho potuto fare a meno di trascriverlo e di impararlo, subito!



Poi ho cercato di capire da quale cd è tratto, ho scritto direttamente a Daniel, che mi ha risposto quasi immediatamente, da Parigi, dove vive.

Il brano è contenuto nel cd Une p’tite histoire d’accordéon diatonique (A diatonic accordion short story) ARB - AT178002, ma non sono riuscito a trovarlo da nessuna parte, quindi la versione che suono non so quanto sia fedele all'originale.

La prima volta che passo per Parigi una suonata col lui sulla rive gauche non me la toglie nessuno! E poi vorrei invitarlo in Italia per uno stage di organetto, che ci spieghi come ha fatto a far entrare tutta Parigi in un valzer di tre minuti!

lunedì 5 marzo 2007

Non è mai troppo tardi...

Minnie White ha 91 anni e suona l'organetto in un band di musica folk, in Canada, dove è nata nel 1916.

Suona, si diverte e se ne frega di tutto! Che l'organetto insegni anche a invecchiare bene?



A 91 anni ha inciso il suo primo cd, che spero vada a ruba, anzi dovremmo organizzarci per farlo salire al top delle hit parade di tutto il mondo!

Insomma... una Rita Levi Montalcini dell'organetto! Grande Minnie!

sabato 3 marzo 2007

La poesia del cybespazio

La Rete vive anche di piccole trovate di puro genio poetico.

Quanta poesia c'è in YouTube, in Wikipedia, nei blog? Cosa sarebbe il mondo di oggi se i grandi della storia avessero avuto a disposizione una tale tecnologia di comunicazione? Il blog di Gandhi, i video YouTube di Socrate, MySpace di Einstein, Il sito di Giacomo Leopardi, le petizioni online di Karl Marx... E sono sicuro che Hitler si sarebbe ficcato in Second Life, si sarebbe comprato un pene gigante, avrebbe trombato la prima avatar disponibile e non avrebbe fatto tanto casino...

Non centra quasi nulla con l'organetto, ma oggi ho scoperto la storia di Josh Flowers, un ragazzo americano che chiede alla gente: "Dimmi una cosa che ami!". Fin qui niente di geniale. Il fatto è che inserisce questa domanda all'interno di una delle comunicazioni più fredde e impersonali che esistano al mondo: la prenotazione di un hotdog al citofono di un fastfood.

Con risultati che fanno riflettere...



E' una domanda salutare, dovremmo chiedercelo prima di andare a dormire... cosa ho amato di più di questa giornata?

martedì 27 febbraio 2007

Tablato ti ho!

La musica sarda è difficile da suonare, soprattutto perchè si tratta di una musicalità gutturale, ruvida, spigolosa. Ecco, devo fare riscorso a metafore altrimenti non saprei come definirla...

Per questo motivo, forse, ho sempre sentito suonare questa musica solo da suonatori sardi, insomma, ci devi essere nato dentro. E ancora più difficile è trovare in giro, intendo nel giro dell'organetto, spartiti e tablature di musica sarda. Ciò provoca la disperazione degli stessi sardi che vorrebbero imparare dal pentagramma alcune musiche popolari.

Finalmente ora qualcuno ha coraggiosamente deciso di mettersi a tavolino e trascrivere alcuni brani. Qualche rara, rarissima partitura di musica sarda per organetto si può trovare oggi nella sezione "file" del gruppo di discussione In Sol Do, grazie all'opera di Bruno.

Quindi, grazie Bruno! Aiò!

sabato 24 febbraio 2007

Una sera con Franca Rame

Sto suonando, insieme a Cristina Majnero al clarinetto e a David Medina al contrabbasso, le musiche di uno spettacolo teatrale molto bello di cui ho già scritto sul blog.

Lo spettacolo ha avuto un grande successo, ogni sera c'è il tutto esaurito e ci hanno prorogato fino all'11 marzo. Poi ogni sera capita tra il pubblico qualche presenza inaspettata quanto gradita. Ieri sera c'era Franca Rame che si è complimentata e con la quale ho avuto una interessante conversazione su un tema drammatico: la contaminazione da uranio impoverito che ha ucciso 45 militari italiani, nel totale silenzio delle istituzioni italiane, e ne ha ammalati altri 512.

Dato che finire il post qui mi sembrava triste, aggiungo ancora qualcosa.

Avendo vissuto lo spettacolo già una quindicina di volte, mi è venuta voglia di scriverne una recensione, pubblicata ieri dal Riformista. Eccola qui dui seguito.

Quando il teatro è questione di cervello
Di Gianni Ventola Danese
Pubblicato su "Il Riformista" del 23/2/2007

Riempie i teatri la storia di Giovanni Passannante. E non è una storia lontana dal nostro mondo e dal nostro tempo. Nonostante le parole e gli accadimenti risalgano al 1878. La storia di Giovanni Passannante non è ancora conclusa. Ed è il teatro, che paradossalmente le storie le perpetua, a chiedere che si metta la parola fine alla vicenda di un anarchico lucano, semplicemente, con la sua sepoltura. Ulderico Pesce è un attore di razza, uno impegnato, uno engagée, come si dice. I suoi monologhi scendono nel cuore vivo della cronaca e ne risalgono con parole vere, concitate in un profluvio ritmico narrativo capace di fare una cosa in cui pochi riescono: raccontare la realtà. In modo forte, toccando temi forti.
Sembra quasi che la storia sia solo un pretesto, quasi passa in secondo piano la vicenda di Passannante che a Napoli, il 17 novembre 1878, armato di un coltellino, tentò di assalire re Umberto I di Savoia, riuscendo solo a sfregiargli una gamba. Per questo venne arrestato, torturato, condotto attraverso un processo farsa e poi incarcerato a vita in condizioni disumane. Divenne cieco, si ammalò, i muscoli gli si atrofizzarono, infine la pazzia. Scontò gli ultimi anni della sua esistenza in un ospedale psichiatrico dove si spense nel 1910.
La morte non bastò. Fu decapitato, il corpo dato in pasto ai cani, il cranio e il cervello, in ossequio alle teorie del Lombroso, divennero oggetti da esposizione presso il museo criminologico di Roma. Oggi, con due euro, è ancora possibile ammirare i “reperti scientifici”. Da alcuni anni un nulla osta del Ministero della Giustizia permetterebbe la sepoltura dei poveri resti, ma finora l’inazione ha trovato l’italica complicità di burocrazia e opportunismo politico. Ancora per molto?
Recarsi oggi al museo criminologico significa provare una strana sensazione. Perché quel cervello è divenuto un simbolo. Il simbolo delle idee. Delle utopie, forse. Per questo non è di destra, non è di sinistra. L’idea di libertà è in ogni essere umano e in quella teca colma di formalina ci siamo anche noi. Le nostre speranze, le nostre aspirazioni, qualsiasi esse siano. Idee molto simili a quelle di Passannante mossero Giovanni Pascoli ad avvicinarsi agli ambienti socialisti, a scendere in piazza in difesa dell’attentatore e poi addirittura a dedicargli un’ode. Con la sua berretta rossa / ne faremo una bandiera. Solo questi due versi sono arrivati fino a noi. Per questo Pascoli fu arrestato, incarcerato e costretto a distruggere il testo.
Portare la tortura in scena non è da tutti. Il Passannante torturato è una figura tragica e allo stesso tempo, purtroppo, attuale. La scena è intensa, quasi pulp, d’improvviso la sala ammutolisce. Solo uno tra i tanti fili conduttori che si possono tirare. Quando l’ultimo caso di tortura in Italia? C’è un processo in corso per i fatti di Bolzaneto del 2001. Non a caso in scena Ulderico Pesce è un carabiniere coinvolto nei fatti di Genova. Colui che ha il compito di sorvegliare il museo e di mantenere il livello giusto della formalina che conserva il cervello di Passannante. Un incarico punitivo per aver fatto qualcosa di sbagliato, proprio a Genova nel 2001.
Sarà un incontro a cambiare la vita del carabiniere. Un incontro che porta in scena una storia d’amore per certi versi “scandalosa” tra i due poli opposti di una tragica vicenda che il destino decide di mettere in contatto. Il carabiniere e Lucia, entrambi vittime. Entrambi con un segreto. Saranno loro a riscoprire il senso della pietà.
Temi alti, difficili, che trovano nel finale una sorta di estuario narrativo nell’improvvisa apparizione di Antigone. Sintesi tra libertà e legge, tra natura e cultura. Per questo, alla fine, dopo aver anche sorriso, ci si accorge che il teatro di Pesce è un teatro essenzialmente di pensiero, quasi filosofico, che parlando facile, il più delle volte con slang lucano, arriva dritto alle questioni fondamentali. Una fra tutte. Che il rispetto per i morti è solo una delle tante declinazioni del rispetto per l’altro. Al teatro Cometa Off di Roma fino all'11 marzo.

mercoledì 21 febbraio 2007

Chiedere la grazia suonando e... bestemmiando

Un rito antichissimo che si perde nella notte dei tempi, si ripete ogni anno, e ha a che fare con la musica popolare. Ho scritto questo articolo per una mostra fotografia sul pellegrinaggio di Vallepietra, nel Lazio. Dopo aver visto le foto, devo assolutamente andarci...

Vallepietra. Storia di un pellegrinaggio eretico
Una mostra fotografica per documentare un misterioso culto del Centroitalia
Di Gianni Ventola Danese
Pubblicato su "Liberazione" del 4/2/2007

Si tramanda in Italia, nei Monti Simbruini ai confini tra Lazio e Abruzzo, un rito, un culto, un pellegrinaggio. È quello dedicato alla cosiddetta “Santissima”, o alle “Treppe” per usare una locuzione radicata nella memoria popolare. Ogni anno, la domenica dopo Pentecoste, sempre a cavallo di una notte di plenilunio, accade qualcosa di straordinario la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Non è ancora chiaro cosa accadde in questo luogo, migliaia di anni fa, chi o cosa si manifestò, quale fu l’origine di un rito arcaico e misterioso, ma una cosa è certa, quel posto c’è ancora ed è rimasto uguale, o quasi, a come lo si poteva vedere migliaia di anni fa. È una parete di roccia che si apre sul fianco meridionale del monte Autore (mt. 1853), vertiginosa, trecento metri di roccia strapiombante che farebbero la felicità di qualsiasi appassionato di free-climbing, alla cui base, lungo una sottile cengia, si trovano alcune piccole grotte. Ciò che si venera si trova in uno di quegli antri.
All’inizio non sembra una grotta. Ciò che si vede è soltanto la piccola facciata di una modesta chiesetta, un santuario, il cui corpo affonda nella roccia bianca della parete. Ma l’interno di quella minuscola cattedrale engloutie è la nuda roccia della montagna. Qui appare un affresco antichissimo, dipinto intorno al 1150 d.C, raffigurante una Santissima Trinità molto particolare, perché composta da tre figure identiche, sedute e benedicenti alla maniera greca.
Sono 30mila i pellegrini che in quella notte di plenilunio si recano a rendere omaggio a questa icona eretica. Perché di questo si tratta. La Chiesa ufficiale non ha mai riconosciuto il rito, né l’immagine sacra della Trinità di Vallepietra così distante da quella ufficiale. La Chiesa, piuttosto, si è sempre limitata ad assecondare e in qualche modo a gestire quello che ancora oggi si presenta come il più grande pellegrinaggio eretico d’Italia.
Un pellegrinaggio che è cambiato nella storia e che soprattutto è ora documentato attraverso una lunga serie di scatti esposti fino al 18 febbraio presso L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i beni e le Attività Culturali, presso la suggestiva Chiesa delle Zitelle, in Via di San Michele a Ripa 18 (www.fedetradizione.it). Fotografie dal 1881 al 2006 che rappresentano non solo un prezioso lavoro di antropologia culturale a disposizione della comunità scientifica, ma anche una testimonianza visiva che in qualche modo interpreta e cerca di trovare il senso profondo di un evento che si ripete nei secoli.
Protagoniste dell’evento sono le compagnie dei pellegrini, gruppi assolutamente indipendenti dalla Chiesa (al contrario delle confraternite) che in completa autonomia si mobilitano per il rito. Le compagnie di pellegrini arrivano: dal Lazio, dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Campania, la domenica dopo Pentecoste per la festa della Santissima Trinità e per quella di Sant’Anna (26 luglio), coi loro stendardi, le provviste per passare la notte, i sacchi a pelo, le coperte, donne, bambini, intere famiglie, le generazioni si intersecano come si sovrappongono i canti devozionali che ogni compagnia intona in precisi momenti del rito. Ed proprio questo uno degli aspetti più simbolici del pellegrinaggio la cui dimensione rituale, completamente autonoma, ha dato vita a una serie di rituali paraliturgici assai eterogenei. Ogni compagnia ha i suoi strumenti (come ad esempio le trombe della compagnia di Anagni), lo stesso canto può essere variato, modificato, le compagnie si competono il primato per fare emergere il proprio canto e il panorama sonoro che ne scaturisce è impressionante, quasi a ricordare le composizioni corali di Ligeti: pura esperienza mistica.
La festa è un culto notturno. All’imbrunire la montagna si accende di centinaia di fuochi, i pellegrini bivaccano, pregano, cantano, suonano i tipici strumenti della tradizione popolare: la zampogna, la fisarmonica, i fiati. Gli stretti e ripidi sentieri traboccano di anime. Molti rimangono giù a valle, si fermano nella chiesa parrocchiale di Vallepietra. Anche per le vie del paese si fa festa. La vigilia è suggellata da una processione e le vie del paese diventano dormitorio a cielo aperto per coloro che riprenderanno il cammino solo l’indomani.
Una volta raggiunto il santuario le compagnie, che si fanno distinguere per un fazzoletto che portano al collo, si ordinano sotto i loro vessilli, ed è ora che il canto si fa più forte, come un’onda monta e sommerge ogni cosa. Il transito davanti all’immagine sacra si fa a piedi scalzi, nudi, alcuni in ginocchio. Non vi è più contatto con la liturgia ufficiale, e la ritualità assume forme arcaiche che spesso hanno irritato le gerarchie ecclesiastiche. Tra questi comportamenti sopravvivono le richieste di grazia in forma radicale, a suon di insulti verso il santo, tra accessi isterici e spasmi.
Viva Viva sempre Viva / Quelle Tre Person Divine / Quelle Tre Person Divine / La Santissima Trinità. Questo il ritornello che si ripete in risposta a ogni strofa, come un mantra ipnotico ti entra dentro e ti accompagna per giorni e giorni. Perché? Perché anche chi non crede si emoziona fino alle lacrime? Perché accade tutto questo? Il rito termina con la rappresentazione della Passione di Cristo, detto il Pianto delle Zitelle, le giovani ragazze di Vallepietra, si tramandano il ruolo di generazione in generazione. Ma la carica di zitella si può ottenere anche per le doti vocali. Indossano tutte una veste bianca tranne una, la madonna, e intonano brevi arie dette misteri e, all’unisono a gruppi di tre, frammenti volgarizzati del Miserere.
Fede e tradizione si fondono, si sovrappongono, ciò che si faceva per fede ora forse lo si fa solo per tradizione, ma per molti l’itinerario è inverso. Come afferma Paola Elisabetta Simeoni, curatrice della mostra insieme al fotografo Angelo Palma, “le origini di questo rito si perdono a oriente, nei culti dedicati a Iside e Osiride, forse addirittura in un rito semitico. Ci sono tutti gli elementi di un rito antichissimo, la triade, la percezione femminile, il culto verso una Grande Madre Terra, aspetti legati ai culti della vegetazione e dei defunti”.
Ma basta un secolo e mezzo di testimonianze fotografiche per capire come cambia nella storia un rito così antico. Molte di questi scatti sono inediti. Quelli di Cesare Pascarella, rinvenuti in un Fondo custodito dall’Accademia dei Lincei. Quelli di Emilio Cecchi, critico letterario fondatore della “Ronda”, pubblicati solo nel 1934. E poi ci sono le foto di Luciano Morpurgo, già note ma solo nell’ambito della ricerca etnografica, e quelle provenienti dall’Archivio del Club Alpino Romano, datate fine Ottocento e anch’esse inedite.
Infine, una sezione consistente è quella ripresa dal fotografo Angelo Palma. Sono fotografie recenti che vanno dal 2003 al 2006. Emerge da questi scatti anche l’aspetto meno spirituale del pellegrinaggio, fatto di centinaia di bancarelle, venditori ambulanti, comitive di boyscout, souvenir, il canto delle Zitelle trasformato in musical. “Vendono di tutto, c’è un grande business intorno all’evento, ci puoi trovare anche la bancarella che vende i busti di Mussolini e il vino etichettato Dux”, – afferma il fotografo Angelo Palma, ma poi aggiunge,- “mi fermai una volta chiedendo come andassero le vendite del vino mussoliniano, niente da fare, mi rispose il mercante, qui si vende solo il vino di Che Guevara, sono tutti comunisti!”.